Giocare alla Mourinho: 5 punti chiave

mou

Il calcio secondo Josè Mourinho è qualcosa di estremamente pragmatico. Ma Mou non è difensivista e te lo voglio spiegare suggerendoti 5 punti chiave più tre libri per capire meglio.

Gli inglesi lo definiscono boring, noioso, nel migliore dei casi. Per i detrattori è addirittura “immoral”. Non serve traduzione.

“Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”.  [Read more…]


#Uruguay, la quinta potenza del calcio mondiale – #CA2011 #RankingFifa #CopaAmerica

L’Uruguay con la vittoria in Copa America è diventata la quinta forza del calcio mondiale. Si tratta del miglior risultato di sempre – da quando esiste il Ranking Fifa – per la nazionale celeste. Un salto importante: dal diciottesimo al quinto posto. L’Italia, per la cronaca, ha perso due posizioni scendendo dal sesto all’ottavo posto.

In molti snobbano questa classifica. Io la tengo in grande considerazione. Al momento dice che Spagna, Olanda e Germania sono sul podio seguite dal Brasile (che ha preso una posizione con la Copa America). Poi c’è – appunto – l’Uruguay.

Oggi è facile parlare bene dei recenti vincitori della Copa America. Ma ho la certezza che tra un anno difficilmente si parlerà della squadra del maestro Tabarez con lo stesso entusiasmo. Eppure ad oggi sarebbe una valida candidata al titolo.

Al di là dei miglioramenti di uno o due posti il trionfo uruguaiano rappresenta l’ingresso della nazionale nella top ten, ovvero nel novero di quelle che se la possono giocare per qualsiasi traguardo (basta dire che al decimo si trova l’Argentina, che fa un po’ da spartiacque, ed alle sue spalle Cile, Norvegia, Grecia e Costa d’Avorio).

Quello che può portare in alto questa nazionale (lo si è visto anche nella finale con il Paraguay, ma soprattutto nelle gare precedenti) è il fatto che nella Copa America più tattica di sempre ha offerto il miglior connubio qualità tecnica – preparazione tattica. Non è stato così per l’Argentina (battuta sul piano tattico dallo stesso Uruguay capace di resistere per 60 minuti senza soffrire più del dovuto) e nemmeno per il Brasile (se la nazionale verdeoro è quella vista nelle ultime gare confermo che il livello tecnico è probabilmente il più scadente dal 1993 – anno dell’ultima Copa America in cui non ha conquistato l’accesso alle semifinali – ad oggi).

Oggi, poi, l’Uruguay presenta alcune individualità (faccio 4 nomi su tutti: Lugano, Alvaro Pereira, Suarez, Forlan) che probabilmente sarebbero titolari in qualsiasi nazionale del mondo. E questa ossatura rappresenta l’asse sulla quale costruire una nazionale vincente.

Infine: è stata la Copa America delle sorprese, ma la difficoltà media degli avversari affrontati dall’Uruguay è di alto livello. La celeste prima di dominare in lungo e in largo la finale con un modesto Paraguay, ha eliminato l’Argentina, giocato due volte (un pari nel girone e una vittoria in semifinale) con il Perù terzo qualificato, ha subito una rimonta (pareggiando al termine) con il Cile, battuto il Messico. Di fatto solo il Brasile, tra le presunte migliori, non ha sfidato la celeste.

Ma per il Brasile il verdetto è un altro. Nella storia la nazionale verdeoro ha vinto 8 volte la Copa contro le 15 dell’Uruguay (nessuno così vincente): una nota storico-statistica che dà grande onore all’impegno della nazionale celeste in questa competizione e traccia un solco rispetto ad una nazionale – quella brasiliana – che spesso si presenta in forma sperimentale, non motivatissima. Purtroppo, nello sport contano i risultati, non le presunte superiorità. Per questo è il Brasile, prima di tutto, a doversi rammaricare di non aver meritato sul campo la sfida all’Uruguay, piuttosto che il contrario.

La Copa America, infine, ha lasciato invariato il rank dell’Argentina, al decimo posto, migliorato quello del Chile dal ventisettesimo all’undicesimo, del Venezuela dal sessantanovesimo al quarantesimo, del Perù dal quarantanovesimo al venticinquesimo, della Colombia dal cinquantaquattresimo al trentacinquesimo.


Sole di mezzanotte. Testimonianze dalla #Norvegia in lacrime – #Norway #Oslo #Utoya #weareallnorwegian

Oslo, Norvegia

Claudia Taurisano era a Trondheim in Norvegia, una settimana fa, mentre, sotto i suoi occhi di turista, si consumava il dramma del Paese: dalla tv agli sguardi in lingua sconosciuta della gente che la circondava. Martin Ranhoff era tornato da pochi giorni a casa, lui – norvegese per spirito, mentalità e formazione – ama Brescia e l’Italia, ha studiato alla Bocconi. Entrambi stanno bene e possono raccontare la “loro” Norvegia.

Ho raccolto ieri per Bresciaoggi le loro testimonianze in una doppia intervista pubblicata oggi a pagina 9.

Mi hanno colpito in particolare le parole di Martin, 24 anni, che dice, a pochi giorni dalle stragi di Oslo e Utoya:

«Abbiamo reagito all’odio tutti insieme, senza isterismi, coralmente: i politici e la gente comune, abbiamo pianto con dignità senza gridare vendetta, tristi fino in fondo all’anima, alzando ancora di più la nostra voglia di democrazia e civiltà».

Degli scandinavi (in questo termine unisco svedesi, norvegesi, finlandesi, danesi ma anche olandesi) ho sempre apprezzato la capacità di essere radicali nei loro pensieri, essenziali, diretti. Una capacità che si traduce in buon governo, volontà di modificare i propri stili di vita in base alle esigenze collettive prima che individuali. Sono così in tante cose che di loro ho conosciuto: dall’approccio sulla sostenibilità ambientale al loro originale approccio alle discipline sportive.

Noi, popolo del condono, dobbiamo solo imparare da questo popolo dell'”even better” (sempre meglio) che incita a comportamenti virtuosi non come atteggiamenti da lodare in piazza, ma come essenziali passaggi per una convivenza organizzata e armonica.

Mi hanno colpito per questo le parole di Martin che, con il Paese ancora in lacrime, parla di “pianto dignitoso che non grida vendetta”. Tante volte in Italia davanti a drammi umani si chiede, a chi ha subito il dolore direttamente, di esprimere il suo stato d’animo domandandosi se perdonerà o non perdonerà. Sempre si chiede di alzare l’asticella della pena, di essere esemplari, categorici, spietati.

Ebbene, le parole di Martin sono una lezione di profonda civiltà: tu mi hai ferito, ma proprio per questo io percepisco l’eccezionalità dell’accaduto e più forte di ieri credo nei miei valori: la democrazia, la cività, l’integrazione. Per questo tornerò più democratico, civile e integrato di prima. C’è una autoanalisi prima che una sentenza. Una tensione al miglioramento personale prima che un dito puntato alla pagliuzza nell’occhio del peccatore.

Una seconda cosa che di Martin mi ha colpito è stato l’approccio positivo, la voglia di parlarne, senza protagonismo, senza minimizzare il suo ruolo. Svolgendo nella giusta misura il compito richiesto dagli eventi: quello di essere testimone dell’accaduto per raccontare la sua Oslo ferita ad una città – Brescia – che lui conosce bene. Senza aggiunte o sensazionalismi, solo per quanto nelle sue possibilità e facoltà. E’ stato asettico nel descrivere le sue sensazioni personali, profondo ed appassionato nel raccontare la tragedia collettiva.

E’ una lezione a tutti noi che davanti a certi eventi da cronaca ci trinceriamo dietro ad omertosi silenzi oppure esibiamo protagonismi fuoriluogo (penso alle spettacolarizzazioni dei delitti che noi, gente comune, coi nostri silenzi di comodo e i nostri pettegolezzi irrispettosi, contribuiamo ad alimentare prima ancora che il giornalismo becero e scandalista soffi sul fuoco). Le parole di Martin testimoniano un equilibrio razionale che nessuno può esibire spontaneamente se non è radicato nel proprio essere.

Raramente, davanti a drammi così enormi, si ha la possibilità di confrontarsi direttamente con gli uomini e i loro stati d’animo, ed anche per questo non amo il giornalismo dei coccodrilli che diventano corvi al pari di quello delle vox populi che indugiano su lacrime inconsapevoli. Io ho avuto la fortuna di raccogliere queste testimonianze ed ancora di più, oggi, apprezzo l’approccio alla vita di questa gente di Norvegia e di tutta la Scandinavia.

Per questo chiudo con le parole di Claudia che, con grande profondità, trova una metafora tra l’ambiente e la sua gente, e spiega molto bene il solco profondo tra l’emotività degli eventi che scorrono e la razionalità dei principi che rimangono e indicano l’orizzonte anche nei drammi più profondi.

«Non hanno avuto l’incubo della notte, il sole di mezzanotte in qualche modo è stato d’aiuto, perchè quando ti succede qualcosa di brutto le tenebre che arrivano la sera sembrano nascondere qualcosa di ancor più pauroso. Ma in Norvegia questo non esiste, la sera non arriva, nelle città rimane la luce, e forse la mancanza del buio li ha tenuti ad occhi aperti ad affrontare l’interminabile giorno iniziando subito a restaurare il loro sistema e il loro orgoglio ferito».


#MORATTI E DELLA VALLE, DAI BACI AI CALCI (IN FACCIA) – FINO AL 2001 – #Calciopoli

Giuro che questa non la sapevo… Della Valle era nel Cda dell’Inter (proprio come Guido Rossi). Se non lo sa lui cosa succedeva in casa nerazzurra…

Massimo Moratti aveva voluto Diego Della Valle nel consiglio di amministrazione dell’Inter dal 29 maggio ‘ 95. Un’intesa che era andata avanti fino al 2001, due anni dopo il primo grande rimpasto nerazzurro (15 luglio ‘ 99). Il 3 agosto 2002, Diego Della Valle aveva accettato di salvare la Fiorentina appena fallita e costretta a ripartire dalla C2.

via MORATTI E DELLA VALLE, DAI BACI AI CALCI (IN FACCIA) – FINO AL 2001.


LA CAPARRA DELLO ZIO TOM – TUTTO FATTO IN CASA #ROMA? PER NIENTE – #Unicredit #DiBenedetto

Oggi Dagospia ripubblica un pezzo de La Stampa che sostanzialmente conferma quanto dicevo nei giorni scorsi a proposito dell’affare AS Roma – Di Benedetto – Unicredit.

Ad un passo dal traguardo, ad un passo dalla rottura. Mai stati così vicini, mai stati così lontani. Non sono paradossi, è il destino della Roma e dei suoi tifosi, costretti a rimanere con il fiato sospeso per conoscere l’esito della trattativa tra DiBenedetto e Unicredit. Rilassarsi non è concesso: a meno di 24 ore dall’annuncio della data del closing (fissato per il 29 luglio) il cortocircuito tra le parti ha toccato i massimi storici.

via LA CAPARRA DELLO ZIO TOM – TUTTO FATTO IN CASA ROMA? MANCO PER NIENTE:.

Nel frattempo la società ha venduto Menez al Paris Saint Germain prendendo Bojan con una formula (da 12 mln) che è a metà tra la comproprietà, il prestito biennale, il prestito oneroso e l’acquisto… e probabilmente si appresta a cedere De Rossi e Vucinic.

Le banche ormai sono come le telefonate: ti allungano la vita. Ma da lì a farti vivere bene…


Copa America Top11- #CA2011

PORTIERE: Villar (Paraguay) 1977, Valladolid – in Spagna fa il dodicesimo, con la maglia albirroja è diventato oggettivamente il valore aggiunto che, a detta di tutti, ha garantito ad una nazionale non eccelsa di approdare alla finale

TERZINO DESTRO: Zuniga (Colombia) 1985, Napoli – ha disputato una competizione impeccabile, finita purtroppo anzitempo da una nazionale che si è specchiata troppo in sè stessa facendo emergere i suoi limiti. Grande spinta e sovrapposizioni, tecnica in corsa, forza fisica: in questo momento uno dei migliori interpreti al mondo nel ruolo, soprattutto considerando quello di cui Dani Alves con il Brasile (non) è stato capace.
MARCATORE CENTRALE: Acasiete (Perù) 1977, Almeria – è il classico mastino difensivo, il fatto che il Perù abbia avuto una serie di 9 gare senza sconfitte prima di cedere all’Uruguay in semifinale è dovuto molto alla difesa, in cui questo marcatore vecchio stile è l’interprete di maggiore esperienza e risalto. Alla sua quarta Copa America ha portato il Perù al suo miglior risultato dal 1975 quando vinse la competizione.
REGISTA CENTRALE Lugano (Uruguay) 1980, Fenerbahce – praticamente immarcabile sui calci piazzati (tocca sempre la palla e lo fa in situazioni diverse: torre, ponte, finalizzatore), personalità da vendere sulla linea difensiva, unisce energia e fosforo, a gusto mio il miglior giocatore di questa edizione. Nel 2014 avrà 33 anni e con questo Uruguay potrebbe anche candidarsi autorevolmente alla vittoria finale.
TERZINO SINISTRO Cichero (Venezuela) 1984, Newell’s Old Boys – che avesse anche giocato in Italia (a Lecce) l’ho scoperto in questi giorni di Copa. Sicuramente da allora è molto cresciuto. Non sono tra quelli che si lagnano accusando le società di non valorizzare o scartare i giocatori troppo presto: di certo da allora è di molto cresciuto. Ma è anche giunto a scadenza di contratto e potrebbe giocarsi con benaltra personalità un’esperienza in Italia. E’ un esterno sinistro di grande dinamismo e discreta qualità. Un suo gol ha portato il Venezuela all’appuntamento con la storia battendo il Cile. Nel suo piccolo è già un eroe, a 27 anni è nel pieno di una carriera che può solo migliorare.

CURSORE INTERNO Alvaro Pereira (Uruguay) 1985, Porto – ha disputato un torneo impeccabile dopo una stagione ottima con il Porto vincitore dell’Europa League. Ha giocato da interno sinistro nel 4-3-3 e poi è passato a fare l’esterno sinistro. Strepitoso quando la squadra è rimasta con l’uomo in meno contro l’Argentina (e nessuno se ne è quasi accorto, grazie all’applicazione sua, di Arevalo Rios e Gonzalez).
VOLANTE Rincon (Venezuela) 1988, Amburgo – l’Amburgo ha scoperto in questa Copa America di avere in rosa un 23enne (non ancora titolare) in crescita e con ottime prospettive, ha mostrato soprattutto ottime qualità tecniche e visione di gioco, pur senza strafare, con umile e lineare geometria. Nel pezzo sull’evoluzione del ruolo del volante lo ho citato tra i migliori. Da allora ha continuato a crescere. Peccato la squalifica patita in semifinale. Se il Venezuela ha scritto la storia è per la sua organizzazione ma anche per alcune individualità che si sono espresse al loro massimo livello visto fin qui come lui.
INCONTRISTA Vidal (Chile) 1987, Bayer Leverkusen – ha chiuso con la Copa America una stagione da incorniciare in cui ha segnato 10 gol (calci piazzati, tiro dalla distanza e inserimenti le sue armi) con la maglia delle aspirine. Ora lo attende la sfida Juventus. Confesso che per lui ho un debole calcistico: lo considero una sorta di Tardelli del calcio moderno. In questa Copa si è destreggiato da interno nel 3-4-1-2, da difensore centrale sinistro ma anche (nella sfida al Venezuela) da esterno. E quando un giocatore mostra tale duttilità (soprattutto adattandosi ad arretrare) per me è una garanzia. Peccato abbia chiuso con una espulsione.

PUNTA DESTRA Suarez (Uruguay) 1987, Liverpool – se lui e Forlan fino alla semifinale avevano una incidenza attorno al 60% nelle finalizzazioni dell’Uruguay in qualità di tiratori o assist-men un motivo ci sarà. Per l’età che ha non è sufficientemente considerato tra i top player mondiali. Eppure è stato il miglior affare in termini di qualità-prezzo-risultati di gennaio della Premier League. E’ un finalizzatore che coniuga la sua incisività offensiva ad un atteggiamento “operaio” che non può non piacere a qualsiasi allenatore.
CENTRAVANTI Guerrero (Perù) 1984, Amburgo – ha spinto con gol e sostegno fisico alla manovra il Perù sul podio del torneo. Giocatore essenziale e completo dal fisico imponente, gioca spalle alla porta, difende la sfera, è forte nel gioco aereo e grazie alla esuberanza fisica sa anche finalizzare in area (somiglia al miglior Luca Toni, per fare un paragone).
PUNTA SINISTRA Aguero (Argentina) 1987, Atletico Madrid – gli va riconosciuto che nella Copa America in cui tutti i più attesi hanno più o meno deluso lui (che pure non godeva della fiducia incondizionata del suo tecnico) ha segnato 3 dei 5 gol della sua nazionale. Un contributo che non è bastato ma che rimane essenziale per un giocatore che ha confermato tutto quanto di buono ha già fatto vedere. E’ una seconda punta che gioca verticale per la finalizzazione, rapidità d’esecuzione, tagli interni e fiuto del gol in area sono le sue migliori caratteristiche, Messi (di cui lui ha detto: “quando ha palla Leo io mi limito a correre dove la metterà”) ne ha esaltato ulteriormente le doti di cecchino.

scritto mentre si sta svolgendo la finale terzo quarto posto il giudizio è dato alle prestazioni individuali complessive, non ai piazzamenti delle rispettive nazionali, che pure sono un metro di valutazione


A.S. #Roma, oggi le #comiche, altro che modello #Barcellona – #calciomercato #Unicredit

Il presidente della Roma

Leggo su Calciopress.net (che cita una nota stampa ufficiale della AS Roma) nel pezzo
A.S. Roma, closing mercato e modello Barça | Calciopress.net

Nella nota si precisa che il Consiglio di Amministrazione ha deliberato la cessione alla A.S. Roma, di un finanziamento di 10 milioni di euro e che è stato sottoscritto tra Unicredit e la A.S. Roma un contratto di finanziamento di 30 milioni di euro. Insomma, ormai appare tutto fatto per il passaggio definitivo della società nelle mani statunitensi della cordata DiBenedetto.

Che tradotto in Italiano significa che una banca ha venduto una società ad un imprenditore che per acquistarla e iniziare ad operare ha dovuto essere finanziato dalla stessa banca.

Se me lo dicevano prima  a queste condizioni  la compravo io.


Il mercato intelligente – #Suarez #Uruguay #CA2011 #EPL

Molto interessante l’analisi di Eplindex.com che mostra come Luis Suarez sia stato – nel raffronto tra i 5 attaccanti più costosi nell’ultima sessione di mercato di Premier League (gennaio) – quello con il rendimento più alto, ma anche con l’investimento più modesto. E’ costato 23,5 mln di sterline: meno della metà di Torres e più di 10 mln in mendo di Carrol

Scrive Eplindex:

As expected Luis Suarez and Andy Carroll have had the most impact as signings for their club. They’ve definitely improved Liverpool’s potence in attack and have really provided the much needed cutting edge that Liverpool have missed all season (due to Torres’ loss of form). Fernando Torres’ loss of form is reflected in the AI Points System with him coming bottom of the list. Edin Dzeko gets the penultimate spot with his assists saving him from getting the bottom spot which he also deserves. Darren Bent comes in with the 3rd place as he’s netted some very important goals for Aston Villa and has been very accurate with his shooting. His creativity needs improving which would push him much higher up the list.

Suarez è subito entrato nel gioco del Liverpool (ha la più alta frequenza di passaggi effettuati) ed allo stesso tempo è il giocatore che conclude di più e lo fa con più precisione (nello specchio di porta). Ha segnato meno di Darren Bent, questo è vero, ma al contempo è quello che più ha contribuito in termini di assist vincenti ai compagni. Decisivo.


Capolavoro Celeste – #CA2011 #Uruguay #Perù 2-0

L’Uruguay va in finale con l’ennesima dimostrazione di personalità tattica. Contro un avversario attendista la squadra di Tabarez ha le idee molto chiare: innescare le sue due punte facendo correre veloce e verticale la palla dopo la riconquista. Gioca un 4-4-2 bloccato senza troppi fronzoli sugli esterni e viene premiato da una rete su sviluppo di calcio piazzato, la vera arma letale di una squadra che di fatto riesce sempre a finalizzare ogni volta che può fermare la palla in zona avanzata. Il Perù, costretto a giocare la gara e proporre qualcosa per passare, non va oltre i propri limiti tecnici.

Due schemi simili ma non speculari. 4-4-2 per il Perù con Vargas che parte preferibilmente da sinistra (di fatto è un rifinitore puro e si può dire che Guerrero giochi da punta unica), facendo diventare asimmetrica la posizione in campo della squadra.

Stessa dislocazione numerica per l’Uruguay con le punte Suarez-Forlan che si dividono in maniera più equa i compiti. Un dato comune alle due squadre che dimostra come entrambe siano costruite per non subire prima ancora che proporre gioco: latita la ricerca della profondità sulle fasce: gli esterni (Advincula – Yotun nel Perù, Alvaro Pereira – Gonzalez per l’Uruguay) ricevono palla sempre nei piedi e preferibilmente sulla trequarti a dimostrazione di due logiche di gioco accorte, con baricentro mai troppo avanzato.

Una conferma di questo arriva da un tweet Opta secondo cui 58 dei 69 tiri totali hanno visto i due attaccanti effettuare il tiro stesso o l’ultimo passaggio:

@OptaJose 58 – All but 11 of Uruguay’s 69 shots in the Copa América 2011 have been fired in or assisted by Forlán or Suárez. Pairing

Non è un caso che non appena il Perù è stato costretto a rischiare qualcosa (facendo avanzare anche i terzini per provare l’azione avvolgente) la solidità difensiva della squadra è stata subito compromessa e l’Uruguay è riuscito a raddoppiare.

URUGUAY
Muslera 6 Meno sollecitato che in altre gare, ma in questa Copa America sta dando l’impressione di essere in costante crescita, soprattutto dal punto di vista della personalità. Lascia qualche dubbio la sua bocciatura da parte della Lazio, considerando soprattutto la sua giovane età.

M. Pereira 6.5 Impeccabile in fase difensiva, trova anche il tempo di proporsi un paio di volte in avanti.
Lugano 7 Guerrero è costretto a girare al largo, aggiunge alla precisione difensiva la solita pericolosità sui calci piazzati.
Coates 6.5 Senza sbavature, prestazione impeccabile.
Caceres 7 Annulla Vargas, e non è poco.

Gonzalez 6 Tanto movimento ma pochi spunti degni di nota.
Gargano 6- Prestazione complessivamente sufficiente ma eccessivamente fallosa e senza troppi acuti, si limita ad un ruolo di pura interdizione quando sarebbe lecito aspettarsi più sostegno alle spalle delle punte, quantomeno in fase di inserimento. Dal 25’ st Eguren – che si fa notare subito proprio in un inserimento senza palla (che non riesce a concludere al 30’ su invito di Forlan).
Arevalo Rios 6.5 Solita prova di sostanza
A. Pereira 7 Pedina tattica fondamentale, dà equilibrio con i ripiegamenti ed è insidioso negli inserimenti senza palla.

Suarez 7,5 Una mina vagante, una doppietta ma soprattutto tanto gioco sul filo del fuorigioco, sacrificandosi al fianco di Forlan. Giustamente premiato dai gol. Decisamente il migliore in campo. Dal 25’ st Hernandez
Forlan 6.5 Moto perpetuo: più attaccante di manovra che finalizzatore, cede il ruolo di prima donna a Suarez ma fornisce un apporto tattico

PERU’
Fernandez 5 Il primo gol è colpa sua, senza quella parata approssimativa poteva finire in un altro modo.

Carmona 5.5 Dopo il gol si sbilancia subito in fase di spinta e nasce dalla sua uscita avventata l’immediata ripartenza uruguaiana che genera il 2-0.
Rodriguez 6- Tutto bene fino a che non resta a mezza via in occasione del secondo gol uruguaiano.
Acasiete 6- Prova molto convincente nel primo tempo soprattutto quando la difesa sembra arrancare, non ha colpe specifiche nella ripresa.
Vilchez 5.5 Tra i difensori è quello che spinge di più ma finisce per sbattere contro il muro uruguaiano mettendo in evitenza qualche limite tecnico.

Cruzado 5.5 Nelle prime partite aveva mostrato buone qualità tecniche, qui è troppo preoccupato a coprire rimanendo a sostegno di Balbin nel mezzo, e la squadra ne risente in termini di variabili offensive.
Balbin 6- Senza infamia e senza lode, non è partita da incontristi puri visto che l’Uruguay gioca verticale sulle punte e lascia piatti i centrocampisti: non ha la geometria del regista, e questo lo si sapeva.

Yotun 5.5 ha compiti puramente difensivi (davanti a lui agisce Vargas e gli deve lasciare la corsia), svolge il compitino con diligenza dopo lo spauracchio dell’ammonizione al 1’.
Advincula 5.5 Prova qualche discesa nel primo tempo soprattutto fino a che gioca da tornante destro (fino al 35’), poi passa a sinistra ma sempre senza incidere, non riesce mai ad essere pericoloso.

Vargas 5 Caceres gli mette la museruola, latitano i suoi spunti e il Perù complessivamente ne risente. La differenza sta soprattutto nel confronto fra la prestazione sua e quella di Suarez. Si conferma giocatore di qualità, ma non leader assoluto (lo è – eccessi compresi – più sul piano caratteriale che tecnico) in una squadra in cui è chiamato a fare la differenza in prima persona.
Guerrero 6 Si batte fino alla fine ma è oggettivamente isolato in prima linea.


La Copa America ai tempi del calcio globale (l’evoluzione tattica del “volante”) – #CA2011

C’è un comune denominatore tattico, che è emerso in tutta la sua importanza nei primi due quarti di finale, che sta caratterizzando questa edizione della Copa America. Un particolare di natura prettamente difensiva che contribuisce ad assottigliare le differenze e che è risultato decisivo nelle vittorie a sorpresa di Perù e Uruguay che daranno vita ad una inattesa semifinale di Copa America. Il calcio sudamericano tra i suoi elementi distintivi ha il ruolo del “volante” da noi chiamato regista o playmaker: il mediano davanti alla difesa che detta i ritmi del gioco.

Ebbene: in questa edizione della Copa America il volante è sempre più uomo di difesa, una sorta di difensore aggiunto davanti alla linea a 3 o a 4: marca, distribuisce gioco corto per linee esterne o immediati lanci alla punta più lontana. Un volante molto più difensivo che in passato, quando piuttosto il ruolo era interpretato come primo costruttore di gioco piuttosto che come primo distruttore prima dell’azione diretta della linea difensiva. Un segno chiaro della europeizzazione del calcio sudamericano che in questo modo coniuga esigenze difensive (in grado di limare le differenze tecniche) e ruoli tradizionali del calcio latinoamericano.

Su questa interpretazione del ruolo – peraltro – dopo l’ultima edizione (2009) della Copa, la Juventus commise un grosso errore sul mercato scegliendo Felipe Melo (protagonista di quell’edizione con il Brasile) reputandolo erroneamente “regista” e non “incontrista” come è nelle sue caratteristiche prettamente da difensore aggiunto più che da metronomo di geometria. Non è un caso che passando a compiti più difensivi con Del Neri, Melo sia risultato più “pulito” nel suo gioco (97-50 falli commessi, 13-8 i cartellini gialli, 39-38 le presenze), anche se meno “incisivo” (3 gol nella prima stagione bianconera, 1 in quella appena conclusa).

L’Argentina rappresenta l’unica vera eccezione (il Brasile la conferma schierando Lucas Leiva il mediano difensivo del Liverpool classe 1987), ma è eccezionale, allo stesso tempo, la qualità tecnica della squadra, che di fatto si trova a fare un possesso palla indotto dall’atteggiamento degli avversari più che da un reale atteggiamento aggressivo in fase di non possesso (orientato alla immediata riconquista). In altre parole la nazionale biancoceleste gioca molti palloni anche perchè gli avversari si ritraggono molto più di quanto non sia lei a praticare un pressing ultraoffensivo orientato all’immediata riconquista.

Perù e Colombia (2-0 il risultato del loro ottavo con reti di Lobaton e Vargas) hanno schierato davanti alla difesa due giocatori come Walter Vilchez (Sporting Crystal, 82) e Carlos Sanchez (Valenciennes, 86), che di queste caratteristiche tecnico tattiche sono interpreti perfetti. Il primo è un difensore puro, sempre in campo dal primo minuto in questa edizione della Copa. Il secondo è un mediano la cui scheda statistica mostra come nel club le sue prestazioni siano state migliori in posizione più arretrata e con compiti puramente difensivi, con una caratteristica chiara nella giocata lunga usata per dettare i tempi della rimessa più che della manovra.

Essendosi opposti praticamente con moduli nominalmente identici (4-1-4-1) Perù e Colombia si sono annullati per lunghi tratti dando l’impressione di equivalersi. La differenza l’ha fatta l’atletismo dei peruviani che è uscito alla distanza. Non è un caso che con l’andare del tempo la Colombia (che pure ha avuto le occasioni migliori: rigore e due legni colpiti) abbia avuto la tendenza a giocare a folate, procedendo per strappi e ribaltamenti di fronte (si veda l’episodio del rigore) più che imponendo un ritmo, disuendosi molto più dei peruviani. La minore lucidità (perchè pali e rigori non realizzati sono comunque tiri sbagliati) è stata un indice di questo progressivo appannamento fisico-atletico. In certe condizioni la qualità tecnica inferiore (il Perù puntava tutto su Vargas e Guerrero, la Colombia aveva ben più frecce al suo arco: Falcao, Moreno, Ramos, Guarin, ma anche il subentrato Rodallega giocatore del Wigan, 1985) può diventare un valore aggiunto sulla lunga distanza.

Nel secondo quarto risolto ai rigori a favore dell’Uruguay (6-5 decisivo l’errore di Tevez) Tabarez (impietoso il confronto tra la sua sapienza tattica e lo stenterello Batista) ha addirittura esagerato proponendo un 4-4-2 con due mediani “piatti” schierati davanti alla difesa con esclusivi compiti di interdizione (raddoppio sistematico sia centrale che sugli esterni e nessun movimento senza palla ad inserirsi dopo l’immediata verticalizzazione sulle punte): Perez del Bologna (1980) per cui vale il discorso sulle qualità difensive fatto per Sanchez (si veda la scheda tecnico statistica) e Arevalo Rios del Botafogo (1982). Sugli esterni soluzioni spurie come il laziale classe 1984 Gonzalez (meglio da interno che da esterno) e il mediano del Porto Alvaro Pereira (1985) che aveva iniziato (segnando) questo torneo da interno sinistro del 4-3-3.

Non è un caso che dopo essere rimasto in inferiorità numerica la forza d’urto dell’Uruguay è aumentata (fatica permettendo) e la squadra ha tenuto baricentro più alto e iniziative più pericolose (confermando il punto debole degli argentini sui calci piazzati): semplicemente perchè l’Argentina non ha spinta sulle fasce (i terzini Zabaleta e Zanetti sono imbalsamati, mentre tutte le punte prediligono i tagli centrali più che la ricerca dell’ampiezza di gioco) e centralmente l’Uruguay ha aumentato il proprio peso specifico (e la propria densità di uomini) passando dai due mediani (Arevalo-Perez) ai tre (Gonzalez-Arevalo-Pereira; poi Gonzalez-Eguren-Gargano), con un migliore utilizzo in fase di possesso delle due ali atipiche (Gonzalez e Pereira) che inizalmente erano risultate neutre (se non negative) in fase di possesso.

A quel punto Batista ha provato ad allargare il fronte offensivo alzando Di Maria (poi Pastore) a destra, con Messi a sinistra e Aguero-Higuain più vicini al centro. Risultato modesto fino all’espulsione (eccessiva) di Mascherano. Ma l’operazione è parsa del tutto casuale quando poi con l’ingresso di Tevez il tecnico argentino ha finito per intruppare centralmente i suoi migliori uomini finendo per fare il gioco degli avversari.

Menzione di merito per Diego Lugano, difensore centrale del Fenerbahce, uno da prendere a occhi chiusi: immarcabile nei calci piazzati, autoritario nella gestione del reparto, tatticamente impeccabile.

Gli altri “volanti” in luce nel torneo sono stati: Rincon del Venezuela (Amburgo, 1988), Gary Medel del Cile (Siviglia, 1988). Per entrambi si noti come il dato medio nell’indice di valutazione da difensori sia superiori rispetto a quello da mediani. Il ruolo può essere sontuosamente ricoperto anche da Vidal del Cile (Bayer Leverkusen) che nell’ultima stagione è stato forse il miglior interprete a livello europeo di questo tipo di caratteristiche, ma che in Copa America ha giocato da interno sinistro sfruttando soprattutto il suo tempismo e la sua pericolosità sia in fase di spinta che di inserimento senza palla.