Acquistare la minoranza del Milan è veramente un affare? #serieA #footballeconomy #acmilan

Governance e prezzo. Così Il Sole 24 Ore in un articolo del 15 marzo sintetizzava i due nodi che starebbero frenando i potenziali investitori interessati all’acquisizione di una quota di minoranza del Milan.

Governance e prezzo. Sostanzialmente tutto.

Facciamoci qualche domanda: acquistare la minoranza del Milan, oggi, è un affare?

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Sul prezzo il “Sole” è esplicito:

Berlusconi valuterebbe il Milan circa un miliardo ma ai multipli attuali il club potrebbe al massimo raggiungere (con un premio elevato) una stima di 500 milioni.

Chi può avere l’interesse a supervalutare una quota di minoranza al punto di offrire il doppio del valore stimato?

Altro aspetto chiave sono i conti:

L’ultima riga di bilancio è in rosso nel 2013 per oltre 15 milioni, mentre è previsto che nel 2014 aumenterà a 50 milioni.

Una riga che sintetizza il fatto che a giugno, concretamente, il Milan sarà in tutto e per tutto fuori – quindi sanzionabile – dai parametri del Fair play finanziario, nonostante il piano di contenimento degli ingaggi dei giocatori che aveva portato a fine 2013 ad un valore pari al 61,32% del fatturato (151,27 milioni di costi del personale a fronte di 246,67 milioni di ricavi).

Chi può avere l’interesse ad intervenire in un club che ha bisogno di investimenti in cui il principale azionista non investe in maniera ingente da almeno 4 anni, rendendo così endemica la necessità di nuovi capitali freschi?

Una società, va detto, che oltre ad un calo dei ricavi nell’ultimo anno presenta una rosa sovrastimata nel valore come dimostrato dai risultati. Un conto era vendere parte del Milan Campione d’Europa 2007, un conto questo contenitore calcistico di dubbio valore presentato al via dell’ultimo campionato, praticamente escluso dall’Europa anche per l’anno prossimo nonostante le 11 partite di campionato ancora da giocare.

Perché – a meno che non ci siano partite aperte su altri tavoli – qualcuno dovrebbe mettere 250 milioni freschi nel club senza chiedere che il socio di maggioranza faccia proporzionalmente lo stesso?

Ammettendo anche che qualcuno possa essere interessato alle condizioni economiche, emerge in maniera evidente a quel punto che il ritorno dell’investimento dispendioso deve arrivare in altro modo. E infatti:

Bee Taechaubol si sarebbe detto pronto a raccogliere tra investitori asiatici i capitali necessari a rilevare una minoranza del club, chiedendo però un’opzione per il controllo.

e ancora:

Wanda Group, che ha già rilevato Infront (società che gestisce i diritti del calcio) ma anche una minoranza (il 20%) dell’Atletico Madrid. Tuttavia la conglomerata, avrebbe posto un paletto cruciale sul progetto stadio a Portello che, così come è studiato, non lo convincerebbe.

Senza entrare nel merito di un possibile conflitto di interessi di una società che da una parte è advisor chiamato a fare l’interesse di tutti e dall’altra investe negli interessi dei singoli club, il comune denominatore è, come si è detto, il secondo fine. Che si traduce in governance (controllo del club anche a fronte di una quota minoritaria) o asset (diritti su costruzione e gestione dello stadio).

Ciò che pare evidente è che, così come emersa in questi giorni, l’operazione cessione del Milan al momento ha raccolto un tiepido interesse. Manca l’elemento chiave capace di sbloccare una trattativa, che forse – come spesso capita al di là dei sottintesi – è la reale volontà di cedere la società, condizione unica affinché qualcuno si interessi al Milan e alla sua continuità aziendale.

Insomma, gli investitori chiedono spazio e potere, il Milan risponde, nelle 14 pagine del documento predisposto per la vendita,  evidenziando le potenzialità di crescita dei ricavi, sulla forza del brand e sull’espansione internazionale.

A chi possono bastare?

@armagio


Milan, “l’è tutto sbagliato”. Fiorentina, la vittoria dell’organizzazione #serieA #FioMil #FiorentinaMilan

Il successo della Fiorentina contro il Milan è il trionfo di chi crede prima di tutto in un calcio fatto di grande organizzazione, espresso da un collettivo in grado di tramutare i numeri (ripetitivi proprio perché studiati e poi applicati) in gesti tecnici, prodezze e gol. Che alla fine sono l’unica cosa che conta per vincere.

Quando al 56′ Destro ha portato avanti il Milan la squadra rossonera non concludeva a rete da ben 41′ e da lì in poi non lo ha più fatto fino a fine gara (lo stesso Destro ha mancato l’aggancio in area pochi istanti dopo il 2-1 viola). La Fiorentina invece prima e dopo ha proposto il suo calcio, ha recitato un copione. Un tempo si sarebbe detto “squadra Sacchiana”, per l’impostazione e l’organizzazione. Oggi forse Montella è, con Antonio Conte e aspettando Maurizio Sarri al test di una grande, la miglior espressione di questo modo di intendere il calcio, che non era solo pressing e 4-4-2 ma un modo complessivo di stare in campo e di interpretare interrelazioni e movimenti all’interno di una squadra. Sono loro i “neosacchiani” in un calcio italiano che spesso specula sulla palla inattiva e gioca sui limiti dell’avversario prima che sui meriti propri.

Ecco alcuni spunti di lettura attraverso la lettura dei dati Panini Digital.

MODULO. La vittoria dell’organizzazione tattica non è la vittoria dei moduli o dei cambi di modulo. Passando dal 3-5-1-1 iniziale al 4-3-3 la Fiorentina aveva dato l’impressione di non cambiare sostanzialmente il proprio peso specifico offensivo: non tirava di più (anzi, arrivava a concludere quasi esclusivamente dalla distanza) e per almeno 15′ il contraccolpo psicologico allo svantaggio ha ritardato la rimonta.

GIOCO SULLE FASCE. Basti vedere la successione di gesti tecnici importanti come i cross, del resto per il gioco viola la supremazia sulle fasce è fondamentale, e le finalizzazioni sono state la conseguenza indiretta di questa superiorità. Suddividendo i due tempi in 4 quarti questa è la successione viola dei cross: 6-11-8-15, un crescendo evidente. Peraltro fra il terzo e il quarto quarto (periodo del gol milanista) si è concentrata la maggior parte di quelli dalla trequarti.

MILAN SENZA INIZIATIVA. Era partito meglio il Milan, capace nel primo quarto d’ora di una supremazia nel possesso di palla che si è appannata nettamente dopo l’ammonizione di Van Ginkel, fin lì buono solo a costruire e da lì completamente sparito e votato al contenimento puro. Ma facendo il parallelo con il gioco sulle fasce l’andamento milanista è stato (nei cross) 8-4-5-3: un progressivo spegnimento. Continua a mancare il mediano, e se ieri inizialmente Van Ginkel, Bonaventura e Honda sono risultati (con il 7% a testa di possesso palla) i tre giocatori che si sono divisi il compito di provare a impostare, l’impressione (già a fine primo tempo) è che accendere fiammiferi non basta: senza un faro una squadra rimane al buio.

DUE FONDAMENTALI CHIAVE. La Fiorentina ha vinto la sua sfida per lucidità ed brillantezza, due premesse atletiche che hanno fatto da base ad una prestazione tecnicamente convincente e quindi vincente. Ecco cosa è successo nel gioco aereo (che esprime forza fisica e tempismo) e nelle intercettazioni (lucidità, capacità di prevedere il gioco avversario, sicurezza e, anche qui, tempismo).

Il Milan non è esistito nei contrasti aerei. Imbarazzante 14-5 finale. Piccola digressione. Si dirà: certo la Fiorentina ha vinto con due colpi di testa, e con Basanta nel primo tempo poteva andare avanti ma ha preso la traversa. Ebbene, cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia, ma il quadro è forse più veritiero. La Fiorentina ha segnato di testa come conseguenza della superiorità atletica, non il contrario. I gol sono arrivati nel finale perché la squadra ci ha creduto, ma sono stati una conseguenza, una sottolineatura, di un gioco continuo e convincente. Non sono stati il frutto di momenti estemporanei ma soluzioni ricercate e trovate, che annichiliscono i teorici del “calcio fatto di episodi”.

Infine la brillantezza. Quando si sta bene atleticamente e si hanno le idee chiare la mente corre più veloce e con essa le gambe. Determinante in questo senso la capacità di intercettare il gioco avversario, giocando d’anticipo e dando immediata fluidità di manovra. Vediamo anche qui nella suddivisione per quarti cosa è accaduto. Le intercettazioni viola sono state 10-6-4-3: un andamento decrescente, speculare rispetto all’andamento decrescente del tentativo di gioco milanista. Il Milan? 3-1-8-4. Non si trova la stessa progressione, perché la squadra di Inzaghi è stata per lunghi tratti in balia dell’avversario (soprattutto nella seconda metà del primo tempo). In particolare va fatto notare il calo verticale degli ultimi 10′: le 4 intercettazioni degli ultimi 23′ sono concentrate tutte prima dell’80’. Da lì in poi il black out, indotto dalla lucidità viola, ma causato anche dall’affanno milanista nello stare in campo contro una squadra più organizzata.

@armagio


Playmaker cercasi, nel non-gioco del Milan il riferimento diventa Bonera. #digitalsoccer #chievomilan #serieatim

AAA playmaker cercasi. Nel non gioco del Milan il dramma sta in mezzo al campo e viene perfettamente sintetizzato dall’immagine che mostra la distribuzione di gioco della squadra rossonera. Se il punto di riferimento diventa Bonera, impossibile immaginare che il flusso abbia un esito positivo.

bonera

E’ chiaro a tutti che il Milan non ha gioco, si irretisce in passaggi lenti e prevedibili, finisce per divenire macchinoso e inconcludente. Ma è interessante poter puntualizzare – attraverso i dati della Digitalsoccer project, fornitrice ufficiale delle statistiche di serie A – cosa effettivamente succede alla squadra di Inzaghi. E cosa è successo nell’ultima di campionato contro il Chievo.

Un solo concetto ma molto chiaro: manca un regista. Tolto un impalpabile Montolivo dopo un tempo il problema non si è risolto.

Daniele Bonera è stato il giocatore più ricercato dai compagni (61 passaggi ricevuti) ed anche quello con il maggior numero di passaggi fatti (59). Ma non può essere lui il riferimento di un gioco fluido e capace di essere pungente con le verticalizzazioni e i rifornimenti all’attacco che servirebbero come il pane.

La realtà è che in mezzo lo stesso De Jong non è il tipo di giocatore che puoi chiamare a questo compito: a Verona ha offerto la solita gara diligente. Difensivamente efficace, ha effettivamente recuperato l’80% dei palloni che è riuscito a toccare dopo un passaggio degli avversari (11/4), ma le sue verticalizzazioni (nel grafico identificate come “giocate utili”) sono state solo 7, ovvero un misero 12% dei 59 passaggi che ha effettuato.

de jong

L’immagine stessa che sintetizza i principali score della sua gara è eloquente. Si vede quella serie di tocchi che finiscono per tracciare quasi una linea piatta sulla trequarti difensiva del Milan: interventi che analizzati in base a quel che dicono le statistiche evidenziano le caratteristiche prettamente difensive dell’olandese.

Lo stesso Bonaventura è giocatore d’inserimento, non certo d’ordine, propensione (legittima) che rende sempre negativo il saldo tra palle perse e recuperate (7/4 col Chievo), e poco più che sufficiente il suo apporto nelle serate in cui viene anestetizzato dalla pressione avversaria. Per non dire di Poli, incontrista puro che risulta difensivamente efficace (14 recuperi e solo 3 palle perse al Bentegodi) ma impalpabile nel contributo alla manovra.

Questo Milan che ha rincorso attaccanti (Destro) e mezzepunte (Cerci) nella campagna di gennaio, insomma, sembra sempre al punto di partenza: il problema è nel mezzo e nessuno dei giocatori rossoneri è in grado di dare la geometria necessaria.


Balotelli, un affare per nessuno, una svolta per SuperMario – #premierinuk #epl

Balotelli non potrà far fare il salto di qualità al Liverpool. Nemmeno se migliorasse ulteriormente i propri standard. La squadra di Rodgers ha commesso un errore strutturale gravissimo nel cedere Suarez, e non esiste che si possa pensare di sostituire con 5 giocatori da 20 un fuoriclasse da 100.

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Seedorf perde tanto quanto Allegri

Dopo 8 partite Seedorf ne ha perse 3, il 37,5%. Allegri ne ha perse 7 su 19 (il 36%). A queste va aggiunta l’eliminazione dalla Coppa Italia subita da Seedorf.

Ergo. La tanto attesa scossa per ora non sembra esserci stata. Seedorf forse ha dato qualcosa sul piano del gioco, ma la povertà tecnica di questo Milan rimane un dato di fatto confermato dai risultati.


La condanna di chiamarsi Milan #champions #acmilan

Riflessioni a margine di Celtic-Milan 0-3.

Siamo giunti alla tredicesima giornata e in campionato il Milan è la squadra che fa più possesso palla (60,2%) e la seconda (dopo la Juve) che tira di più (17,9 a partita). Ma con 5,4 tiri in porta a partita è anche la 13esima della graduatoria per percentuale di tiri dentro sui tiri totali (solo il 30,16% percentuale pari a Livorno e Udinese).

In Champion’s, dopo 5 partite su 6 del girone, il Milan è solo 27esima per possesso palla (41,3%) con 3,6 tiri dentro su 9,8 totali a partita. Tira in porta la metà rispetto al campionato, ma migliora la performance di tiri dentro/tiri totali portandola al 36,73%.

Un dato del genere in campionato sarebbe il terzo migliore in assoluto dopo il 41% della Juventus, il 37,25% del Napoli e subito prima del 36,42% della Roma.

Max Allegri

Perché succede questo? A mio giudizio per tre ragioni.

1. Il Milan non è una squadra con una propria identità di gioco. O meglio, non è squadra costruita per imporsi attraverso il possesso palla. Si ritrova giocoforza ad esserlo in campionato, ma complessivamente denuncia un livello medio degli interpreti non all’altezza della situazione tattica. Per tenere palla bisogna essere anche tecnicamente portati ad essere incisivi e il Milan non lo è, per questo diventa prevedibile e sostanzialmente sterile in zona gol nonostante l’impegno – innegabile e dimostrato dai numeri – profuso.

2. La controprova sta nel fatto che quando la squadra affronta avversarie che se la giocano alla pari ottiene performances offensive migliori. Non si tratta qui di chiedersi se il Celtic sia meglio di una Udinese o di un Livorno. Piuttosto bisogna prendere atto che in Europa il Milan è agevolato da avversari che non gli impongono di fare la partita e concedono molto di più.

3. Una squadra deve avere la consapevolezza della sua forza ed oggi il Milan si ritrova – soprattutto in campionato – a recitare un ruolo per il quale non è attrezzato. Sono certo che una squadra qualsiasi tra quelle non di primissima fascia con gli stessi giocatori del Milan ma con un nome diverso otterrebbe risultati migliori.

Quel che oggi manca al Milan è la capacità di calarsi nel ruolo di comprimaria e giocare come se l’obiettivo non fosse l’Europa ma una meno nobile tranquillità. Finirebbe per giovarsene sul piano tattico e dei risultati, esattamente come accade in Europa quando incontra avversari che lo affrontano a viso aperto.


PatetiKakà. Riccardino rinuncia allo stipendio

Il video di Kakà pubblicato oggi dal Milan è la cosa più patetica a cui mi sia stato concesso di assistere in vita mia. Un giocatore che rinuncia allo stipendio perché infortunato è immorale. Non ho altre parole.

Se firmo un contratto vuol dire che ritengo di meritare quell’ingaggio.
L’infortunio fa parte del gioco.

Disgustoso questo calcio buonista fatto di abatini e mezzi uomini.


Come leggere il #calciomercato 2011

Non sono un appassionato di quel genere letterario fantasy che è il giornalismo legato al calciomercato, che in queste settimane spopola in ossequio al fatto che in mancanza di notizie i giornali (e le 24 ore di programmazione televisiva di SkySport24) in qualche modo vanno pur riempiti.

Ho maturato queste convinzioni in merito agli spostamenti dei top player. Cito a memoria tra partenti certi e possibili valutati dai 20 milioni in su: Sanchez, Rossi, Aguero, Tevez, Hamsik, Adebayor, Benzema, Bale, Drogba, Falcao, Higuain, Hulk, Nasri, Neymar, Fabregas, Pastore, Ribery, Vucinic)

1. BENCHMARK. In questo momento manca un benchmark, per dirlo con linguaggio economico, ovvero un punto di riferimento economico. Probabilmente quando ci sarà una prima vendita (facciamo due) di un top player si sbloccherà a catena tutto il resto. L’impressione è che inevitabilmente oggi il mercato lo faccia il Barcellona con la trattativa Sanchez. Sarà quello il metro di paragone per tutti.
Pozzo ha valutato 50 mln, le offerte vanno dai 30 mln cash più contropartite tecniche (considerando ciò che questo aspetto comporta in termini di valutazioni finali scritte a bilancio) ai 40-42 milioni. Vista sempre in una logica economica una oscillazione che va dallo 0 al 40% è davvero una enormità e fa capire l’incertezza delle scelte e la difficoltà a chiudere affari.

2. FAIR PLAY FINANZIARIO. Una considerazione che nessun giornale fa è relativa al fair play finanziario (approfondimenti qui e qui). Un anno e mezzo fa l’Uefa fece sapere di essere già in possesso di un pre-monitoraggio. In marzo la Gazzetta ha scritto che secondo gli ultimi bilanci solo 4 squadre di serie A sarebbero ammesse. L’impressione è che i top club – parlo di Europa e anche di chi ha ricavi ben più alti dei club italiani – non siano così virtuosi (salvo eccezioni tutte da verificare). Il discorso vale a livello europeo e l’impressione è che in questo momento la vera leva per tener controllati i parametri sia quella di contenere il più possibile gli ingaggi, perchè in prospettiva rappresenteranno un costo che si ripeterà di anno in anno (un esempio sono le scelte dell’anno scorso della Juventus, che riuscì ad abbattere il monte ingaggi di circa 52 milioni).

3. I CLUB DI SECONDA FASCIA. Probabilmente da qui a fine agosto sarò smentito. Tuttavia oggi alcuni gioielli sono in mano a società come Palermo o Udinese (Pastore, Inler, Sanchez… in particolare quest’ultimo) che si trovano a recitare un duplice ruolo: da una parte quello di sbloccare la situazione come detto al punto 1 (se Sanchez va via a 50 milioni si tira dietro tutti gli altri in termini di valutazioni, se va via a 30 ribassa automaticamente molti top player). Dall’altra si trovano a metà tra la voglia di fare cassa in un momento in cui tutti proporranno pagamenti pluriennali e scambi con contropartite tecniche, e la consapevolezza che oggi soprattutto nel campionato italiano esiste la concreta possibilità di assottigliare ulteriormente il divario sulle prime tre. La Juve è un rebus, il Milan deve dimostrare la tenuta nel lungo periodo, l’Inter è ancora indecifrabile e un pochino sgarruppata rispetto agli ultimissimi anni. Quale istinto – quello di far cassa a prescidnere dal fatto che il mercato è senza cash o quello di tentare il salto di qualità – prevarrà? Questo lo potremo dire solo il 31 agosto.


#Calciopoli, il sentimento popolare

Prendo dalla rivista Studio un estratto dell’articolo Calciopoli, il sentimento popolare che riassume perfettamente quello che penso di Calciopoli.

Il sentimento popolare, quello che ancora evita a tutti in questi giorni di entrare nel merito delle cose, tipo se abbia senso o meno la prescrizione nello sport, tipo di distinguere finalmente fra una requisitoria e una condanna (per me le requisitorie di Palazzi erano ridicole allora e lo sono oggi, e quegli juventini che adesso Palazzi è figo e prima era uno stronzo sono uguali a Moratti & co che allora erano tutti eroi e oggi sono “quelli lì”), o tipo finalmente capire una volta per tutte che c’entra la stagione 2005/2006 su cui non esistono non solo prove (quelle proprio non esistono in generale) ma manco intercettazioni; tipo se tutto questo processo di Calciopoli abbia senso o meno (secondo me non lo aveva allora e ne ha ancora di meno oggi). Il solo risultato da portare a casa sembra essere sempre quello: “Gobbi ladri, gobbi ladri, gobbi ladri”. Peccato.
 
 

Di tutt’altro genere, ma troppo poeticamente e sfacciatamente fazioso per non essere apprezzato è questo crudo, spietato, oltraggioso, logorroico, ricercato, astioso, velenoso, incazzato, gobbissimo pezzo di Vincenzo Ricchiuti su L’uccellino di Del Piero.

“Fate schifo”. Quello che v’hanno fatto è un po’ una mascalzonata. Quello che non sapete dire è peggio. La prescrizione non significa colpevolezza, anzi. La prescrizione significa un bel niente. Avete impersonato per così tanti anni il Bene da non saper la differenza con il Male. Il bene è: il male, si diventa. Mentre per voi fisionomisti anche il male è. Lo avete stabilito coi criteri di Lombroso.

…e altre cose da far impallidire preti e suore


Leonardo, un modello su cui riflettere

C’è un messaggio che nessuno sembra voler leggere nell’addio di Leonardo all’Inter. Quando si ha a che fare con un manager capace bisogna tenerselo stretto. Finiti i tempi del calcio padronale in cui presidenti considerati emeriti coglioni venivano giustificati con il termine “vulcanico”.

Milan e Inter possono governare il calcio italiano ma non la vita di un uomo libero come Leonardo.

Scelta economica? Anche. Ma un anno fa fu lui a farsi da parte al Milan in nome di un rapporto che non funzionava.
Scelta irriverente? Forse. Ma Moratti sa come stanno le cose ed ha banalmente detto: “Non mi serve un direttore generale”.

La scelta di Leonardo è soprattutto lo schiaffo ad un modello gestionale italiano arcaico ampiamente in crisi.

Ha certamente ragione Mario Sconcerti

C’è qualcosa di eccessivo, quasi di dilettantesco, tra la libertà lasciata a Leonardo e la flessibilità con cui si sta cercando adesso il sostituto. Una specie di annullamento delle differenze che non fa parte delle strategie di una grande azienda.

e probabilmente andrà come profetizza Stefano Olivari

In cosa consiste il progetto PSG finanziato dall’immancabile fondo sovrano e gestito da Leonardo? A prima vista nello spendere cifre impossibili, ammazzare il mediocre campionato francese e garantirsi un posto eterno in Champions League con abbonamento all’eliminazione agli ottavi di finale o ai quarti. Però agenti e giocatori hanno annusato il profumo dei soldi e fingono di prenderlo sul serio.

ma ciò che rimane oggi di certo lo ha scritto oggi Marco Ansaldo su La Stampa

Quando si è parlato di Cristiano Ronaldo al Milan, l’effetto è stato più comico di una barzelletta del presidente del Consiglio, quando invece Lippi ha rivelato che Ferguson non sarebbe stato contrario a riprendersi l’ex pupillo portoghese se ne è discusso per due giorni. Moratti disse in altri tempi che Messi provava simpatia per l’Inter, aprendo spiragli suggestivi: se lo fa oggi gli servono un calmante, benché l’Inter sia il club campione del mondo in carica mentre allora aveva sul petto lo scudetto di cartone o poco più.

Insomma, fino a dieci anni fa, e anche meno, eravamo il Paradiso terrestre. Ora si muove chi non può farne a meno.