Roma-Fiorentina. Psic-Analisi tattica #Europaleague

Roma-Fiorentina 0-3 (agg. 1-4), ottavi di finale Europa League, gara di ritorno

Davvero incredibile quello che è successo alla Roma contro la Fiorentina nell’ottavo di ritorno dell’Europa League. In altri tempi si sarebbe detto “hanno snobbato la coppa”. Ma con lo scudetto divenuto chimera e l’unico obiettivo stagionale rimasto legato alla qualificazione in Champions League, quella contro la viola era la gara più importante del momento per la Roma, nel maggiore degli obiettivi stagionali.

La Roma ha ceduto in meno di mezz’ora, andando 0-3 già al 21′ e alzando bandiera bianca con una prestazione complessivamente imbarazzante. Fin lì la Fiorentina che aveva usufruito più degli svarioni romanisti che di effettivi meriti, aveva anche lasciato che la Roma arrivasse in area almeno 3 volte potendo tentare la conclusione.

Ed invece la squadra di Garcia si è autodistrutta. Non è stata una seconda epocale disfatta come quella con il Bayern solo perché il Bayern non nera in campo. Ma la resa, psicologica, si è manifestata in tutto e per tutto anche nell’atteggiamento della squadra che ha perso senza colpo ferire, cedendo nettamente all’avversario. Su questo è basata principalmente la lettura tecnico-tattica degli eventi.

NESSUN ORGOGLIO. Troppo facile andare a vedere le conclusioni a rete. La partita è stata aperta ma in nessun momento la Roma ha spinto sull’acceleratore per cercare qualcosa di più di un laconico gol della bandiera. Alla fine saranno 11 nel primo tempo e 7 nel secondo, a dimostrazione di un progressivo abbandono mentale che si era già manifestato nel primo tempo dopo il 20′. Stupisce in particolare che solo 6 volte su azione (e 1 su calcio piazzato) la Roma sia riuscita a finalizzare. I fischi al 90′ al velleitario tentativo di De Rossi dal limite valgono poi più di molti giudizi.

MOLLI. Prova imbarazzante sul piano agonistico. Quando perdi, se non dai battaglia, non puoi dire di esserti giocato le tue chances. In una competizione in cui mediamente falli e tackle si aggirano attorno ai 30 a partita (18 contrasti e 13 falli), per dire di quando una gara può essere giudicata sufficiente dal punto di vista dello spirito battagliero messo in campo, la Roma ha offerto una prova del tutto insipida, non arrivando neppure al minimo (14 tackle riusciti e 13 falli) laddove sarebbe servita una iniezione rabbiosa di agonismo.

Va detto che la Roma è tra le squadre meno “ostruzionistiche”, per così dire, nell’utilizzo dei due fondamentali di cui si è detto. Ma il fatto di non aver messo in campo, a fronte di un fulmineo 0-3, una diversa versione di se stessa, non può che essere un’aggravante per una squadra che ancora una volta ha dato l’impressione di non avere un piano B, di non saper cambiare copione in corsa, nemmeno quando il copione può richiedere solo una impennata agonistica collettiva.

MERITI AVVERSARI. Cosa è successo in quei venti minuti di follia in cui la Fiorentina ha sottoscritto e archiviato la qualificazione ai quarti di finale di Europa league? Proviamo a decomporre i 90′ per vedere gli score della prima sequenza. La Roma era partita per voler fare la partita, giocando un centinaio di palloni contro i 70 della viola. Si era imposta sulle fasce tentando subito ben 9 cross e conquistando 3 piazzati e 4 corner. Il disastro è stato in fase di filtraggio delle ripartenze avversarie.

La Fiorentina ha risposto verticalizzando 52 palloni su 78, una impressionante media del 66% che significa ripartenza veloce sistematica contro una retroguardia sguarnita. Il resto è venuto da sé: sbagliare in certe condizioni è molto più facile e i romanisti ci hanno messo del loro. Brava, la viola, a recitare il ruolo della squadra sparagnina capace di ripartire, in luogo di quello più organizzato e manovriero che Montella predica ai suoi. Un quarto di Europa League val bene una estemporanea metamorfosi.

@armagio


La Fiorentina non azzanna, Roma in vantaggio senza convincere: il derby d’Europa in 3 mosse #europaleague

Due insufficienze per le italiane impegnate nel Derby d’Europa. La Fiorentina non azzanna, la Roma non convince: l’1-1 la fa partire in vantaggio per la gara di ritorno, ma dalla gara del Franchi nessuno può dire di essere uscito a testa alta.

La squadra di Montella ha dato l’impressione di controllare la gara per lunghi tratti, ma alla fine si è fatta raggiungere da un colpo di testa di Keita, subendo la rete proprio in uno dei fondamentali che l’avevano vista ben figurare fin lì, visti i 20-6 duelli aerei vinti nei primi 80′ della gara.

La Roma ha tolto ogni dubbio: la squadra è in una condizione atletica gravemente insufficiente. L’uscita di De Rossi e Manolas nella prima mezz’ora lo certifica. E’ stata brava a colpire, e in Europa conta soprattutto questo. Ma giovedì prossimo contro una Fiorentina costretta a giocarsela senza far calcoli dovrà mostrare tutt’altro atteggiamento.

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1. C’ERA UNA VOLTA IL COLLETTIVO. La Roma ha dovuto giocoforza puntare sui suoi singoli. Lasciando ancora l’impressione che il collettivo non trovi sbocchi. Lo dicono i tantissimi dribbling tentati (11-29, quasi il triplo degli avversari) a fronte di una penuria imbarazzante di passaggi filtranti (solo 5, in maniera episodica e discontinua). Di contro la Fiorentina ha avuto un calo netto motivato più che dall’aspetto atletico da un atteggiamento di superiorità non giustificato dal risultato, anche se l’andamento della gara diceva il contrario. Spicca infatti – in una prova con il 79% di passaggi riusciti, inferiore di 4 punti percentuali alle medie europee stagionali della squadra – l’andamento dei passaggi filtranti e di quelli immediatamente prima di un tiro in porta: 20-11 il totale per gli uomini di Montella. Ma solo 6 nel secondo tempo e ben 14 concentrati nei primi 20′ di gara.

2. DEFICIT DIFENSIVO. Stupisce anche l’inconsistenza difensiva della Roma: solo 16 tackle, meno della metà dei 34 viola. Si è accennato anche ai soli 9 duelli aerei vinti (contro 20). Ma qui ancora una volta la Fiorentina non ha saputo affondare il colpo, perché se è evidente che la libertà concessa a Salah (4 rifiniture per il tiro dei compagni, tutte nel primo tempo) ha messo in gran difficoltà la Roma, è altrettanto vero che l’egiziano è via via sparito dalla partita senza risultare più determinante.

3. INTERMITTENZE. Interessante vedere infine la scansione dei tiri in porta nei vari quarti d’ora della partita. Dopo una partenza lanciata della viola (6-0 e gol di Ilicic) e un 1-2 dal 15′ al 30′, la Roma ha avuto una fiammata in quello che poteva essere il momento peggiore (dopo la perdita di De Rossi e Manolas). Nella ripresa invece i giallorossi sono sembrati del tutto inconcludenti fino al gol: 2-1 per la Fiorentina dal 45′ al 60′ (l’1 romanista è il rigore sbagliato da Lijaic), poi 4-0 viola e infine il gol di Keita e l’1-2 romanista finale.

Entrambi i tecnici hanno di che lavorare su una partita che non ha messo in luce le migliori caratteristiche di due squadre che, proprio per come è maturato questo risultato, all’Olimpico dovranno offrire la loro miglior versione per conquistare i quarti europei.

Elaborazione dati Opta, whoscored.com


Ora la Roma deve avere paura solo di se stessa #seriea #digitalsoccer #ASRoma

Nelle ultime 9 partite la Roma ha registrato più pareggi (8) di quanti non ne ha raccolti nelle precedenti 44. A questo punto nella corsa al secondo posto deve aver paura solo di se stessa e della sua improvvisa incapacità di vincere. Napoli, Lazio e Fiorentina sono in agguato.

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Contro il Chievo è possibile analizzare i difetti romanisti in 3 passaggi:

1. Scarso utilizzo dell’ampiezza. La manovra troppo prevedibile sta diventando uno dei problemi della Roma. Se la velocità di Gervinho non mette in crisi le difese avversarie l’impressione è che l’attacco non sia sufficientemente supportato da valide alternative. Contro il Chievo lo si è visto nei soli 11 cross effettuati (9 dei quali andati a buon fine, ovvero toccati da un giocatore della Roma subito dopo) a fronte dei 19/24 della formazione veronese.

2. Progressivo appannamento. La prevedibilità è stata poi aggravata da una squadra che sembra non avere cambio di marcia e che al contrario sembra appesantirsi a partita in corso. A fronte di una azione offensiva che non è mai venuta meno (con una crescita da 12 a 16 delle palle giocate in zona area dal primo al secondo tempo), la Roma infatti ha visto calare nettamente la positività della stessa non creando di fatto palle gol per tutto il secondo tempo (2 limpide quelle registrate nel primo) e peccando anche nei calci piazzati offensivi (dal 41% al 7% di positività).

3. Totale assenza di profondità. Si tratta di un riflesso dei due dati precedenti, ma assai importante nella comprensione di quello che la Roma prova a fare. Con Totti ad agire da catapulta per gli esterni Iturbe e Gervinho le palle profonde per gli attaccanti esterni sono la principale delle risorse giallorosse. Anche contro il Chievo, tuttavia, questa è divenuta l’unica arma della squadra, finendo per diventare l’unica risorsa in un monologo prevedibile e facilmente contrastabile dal Chievo. Mentre nel primo tempo la profondità è stata cercata con 68 verticalizzazioni nella metà campo avversaria (5 quelli andati a buon fine) nella ripresa la Roma ha addirittura raddoppiato lo score, indovinandone 17/132. Nel frattempo diminuivano i passaggi lunghi tentati (da 18 a 16) a dimostrazione di come la ricerca delle possesso palla e dell’azione manovrata da dietro in certe condizioni diventi quasi sempre un non-valore.


La Juve “europea” di Allegri in 5 mosse #digitalsoccer #serieA #championsleague #finoallafine

Alcuni commentatori italiani nel dopo Roma-Juventus di ieri hanno sottlineato come il big match dell’Olimpico sia sembrato per lunghi tratti una gara in cui i bianconeri hanno giocato in preparazione alla sfida di Dortmund più che con la pressione che una gara decisiva per lo scudetto richiede.

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Il giudizio mi sembra netto e in parte ingiusto nei confronti della Roma, ma per contestualizzare meglio questa nuova Juventus di Allegri, che prova a mettere l’Europa al centro dei suoi pensieri, può essere interessante analizzare alcune novità che emergono da un approfondimento statistico sulle ultime due gare rispetto alla media delle gare giocate quest’anno dalla Juventus tra Coppa e Campionato.

1. POSSESSO. Ciò che è fuor di dubbio è che i Campioni d’Italia hanno deciso da qualche gara a questa parte che il possesso palla non è una priorità e che un gioco d’attesa può essere comunque prolifico. E’ la prima cosa che balza all’occhio: si passa da circa 700 palle giocate a partita (non ci sono state grandi differenze tra Campionato e Champions) contro le 500 degli avversari ad un netto ribaltamento della situazione (649-492 a favore della Roma, 649-579 per il Borussia). Ma da tempo il possesso palla non è considerato un dato esaustivo, ed allora ecco i “sotto-dati” più interessanti.

2. POSIZIONE IN CAMPO. Nelle due gare contro Roma e Borussia il baricentro (ovvero il punto medio del campo in cui la squadra ha giocato palla) della Juventus si è abbassato di 6,3 metri passando da 59,8 a 53,5 metri. Proporzionalmente anche il pressing (ovvero il punto medio in cui la squadra recupera palla, ha subito un arretramento (voluto): da 47,6 metri a 40,3 metri. Riportato sul campo, la Juventus prima recuperava palla a ridosso della metà campo, ora lo fa all’incirca dietro il cerchio di centrocampo, ovvero tra una ipotetica linea di trequarti e

3. TIRI SUBITI. Ecco il primo effetto interessante. Nonostante l’arretramento di tutta la squadra che si è visto sopra la Juventus, che prima subiva tiri in porta da una distanza media di 20 metri in campionato e 19,6 metri in coppa, ora prende tiri in porta da una media di 23 metri. In altre parole se prima gli avversari arrivavano al tiro a ridosso dell’area ora lo fanno circa 3 metri indietro per effetto di una miglior copertura (e compattezza) della squadra. Va ricordato che Roma e Borussia sono arrivate solo 3 volte a testa a concludere da dentro l’area di rigore a fronte delle 7 volte della Juventus.

4. VERTICALIZZAZIONI. Non può stupire se una squadra che difende di più tende ad avere una percentuale di giocate utili (ovvero palle giocate in verticale che escludono un avversario dall’azione difensiva) più alta di chi fa più possesso. Tuttavia il peso percentuale delle stesse può divenire rilevante. Quest’anno in Champions la Juve aveva una media del 13,37% (contro il 13,11% avversario). Contro Roma e Borussia non solo l’aumento è netto (14,8 e 16,2) ma la compattezza difensiva viene ridotta di molto. Il Borussia ad esempio ha verticalizzato solo l’8% delle palle che ha giocato, ovvero ha trovato una Juve compatta e capace di prevedere le sue giocate costringendolo a una manovra più orizzontale.

5. TIRI EFFETTUATI. C’è più spazio alle spalle degli avversari e la profondità di gioco aumenta. In questo senso la Juventus è passata da conclusioni ad una distanza media di 17,6 metri in campionato e 18,3 metri in Coppa ad una media di 15,1 metri ovvero riesce con facilità ad entrare in area laddove prima si fermava circa 2,5 metri indietro ovvero a ridosso della linea che delimita la zona. Già si è detto dei 7 tiri da dentro l’area tentati contro Roma e Borussia, che sostanzialmente non modificano le medie stagionali, ma vanno visti e ponderati considerando il livello degli avversari medi in campionato.

Sarà vera gloria? Ai 90′ di Dortmund la sentenza.

Se sei interessato a un approfondimento su Come gioca la Juve di Allegri puoi leggere questo post in cui ho puntualizzato gli aspetti più importanti dell’approccio tattico-strategico del tecnico livornese.

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Inghilterra nel mirino. Il terzo posto nel #ranking per l’Italia non è più un miraggio #Europaleague

Grande notte di calcio europeo per le italiane, che stabiliscono un record di partecipazione agli ottavi di Europa League con le qualificazioni (ed altrettante vittorie) di Torino, Napoli, Fiorentina, Inter e Roma.

Mai così tante squadre di uno stesso paese sono arrivate nelle 16 migliori della seconda competizione europea.

Le 5 vittorie su 5 gare valgono un bottino di punti cospicuo che con un totale di 13.833 proiettano l’Italia al SECONDO posto stagionale nel ranking Uefa. Dietro solo alla Spagna prima con 14.642 e davanti sia alla Germania con 13.571 che all’Inghilterra con 12.857.

Oltretutto, se la Juve passasse l’Italia sarebbe l’unica nazione a non aver ancora avuto nessuna squadra eliminata in Europa.

Plauso soprattutto al Torino, che ha giocato una delle più belle partite di una squadra italiana in Europa nell’ultimo decennio e si è imposto 3-2 a Bilbao dove nessuna squadra italiana aveva mai battuto l’Athletic nella lunga storia delle coppe europee.

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L’Athletic è anche l’unica squadra spagnola eliminata, nella notte che vede il crollo di Liverpool e Tottenham (annata nera per le inglesi) e una serie di trionfi a Est delle squadre ucraine e russe che fanno l’en plein.

Ma quel che più conta è il ritrovato spirito vincente delle nostre anche nella seconda competizione europea, oltre ad un grande obiettivo che non è più impossibile: sfidare le squadre inglesi per il terzo posto nel ranking UEFA.

In un paio d’anni l’aggancio è possibile. Ecco come!

Nelle prossime due stagioni le inglesi cederanno i punti guadagnati nelle annate 2010/2011 e 2011/2012. La differenza punti tra noi e loro nell’ultimo triennio è stata di soli 3,655 punti (a loro favore, naturalmente).

Nel 2012/2013 le inglesi hanno fatto 2,012 punti più di noi mentre lo scorso anno ne hanno fatti 2,619 in più.

Al momento invece siamo noi a primeggiare con uno score di 0,976 punti migliore del loro.

Ora da qui a fine stagione le nostre squadre (a partire dalla Juve nella gara di ritorno degli ottavi di Champions con il Borussia) dovranno provare a ottenere più punti possibile in modo da assottigliare ulteriormente il divario.

Come detto, dandosi come obiettivo il sorpasso nel 2017, si parte da 3,655 punti di differenza. Ma le inglesi quest’anno proseguiranno la corsa con il solo Everton in Europa League, mentre in Champions il rischio di perdere sia Arsenal che Manchester City è altissimo, mentre il Chelsea parte con i favori dell’1-1 in trasferta nella sfida con il Psg.

Ecco quindi che l’Italia (con almeno 5 squadre ancora in corsa, più la Juve, attesa dalla trasferta di Dortmund), potrebbe recuperare almeno altri due punti da qui alla fine della competizione e ritrovarsi in proiezione 2017 ad una incollatura dall’Inghilterra.

Il nostro calcio raramente riesce a darsi obiettivi comuni, ma questo è decisamente alto e prestigioso. E’ tempo di mettere al bando i campanilismi per ritornare grandi occupando – di conseguenza anche economicamente – un posto sul podio europeo che fino a 15 anni fa ci vedeva primeggiare.


Collina sul gol di Bonucci in Juventus Roma, ecco cosa non ha detto l’ex arbitro. #nonguardatelaneanche #seriea @skyserieA

La vicenda di Collina che avrebbe detto (ma non l’ha detto) che il gol di Bonucci contro la Roma era da annullare per fuorigioco è stucchevole, ipocrita, deontologicamente scorretta.

E’ stata pubblicata sul sito di Sky nel video “Masterclass Collina, l’interpretazione” che potete trovare qui.

Giudicate voi dal video. E’ incredibile come Fabio Caressa cerchi di far dire una cosa al designatore europeo senza il conforto delle immagini, giocando agli equivoci, premettendo che non vuole parlare di casi italiani ma poi sentenziando in maniera sibillina in nome e per conto dell’arbitro, comprensibilmente in imbarazzo.

L’interpretazione viene decisa a tavolino a priori da Fabio Caressa, che premette che gli episodi che si vedranno sono simili a quello di Juve-Roma, che non farà a Collina una domanda diretta, ma giocando agli equivoci subito ammette: “però possiamo cercare di capire”.

A Collina viene chiesto di giudicare un gol del Maribor in Champions contro lo Shalke – molto diversa dal caso di Juve-Roma visto che l’attaccante è praticamente a contatto con il portiere, mentre Vidal è a circa 5 metri, poco dentro l’area piccola – e Caressa chiude con un sibillino “fatevi le vostre associazioni a casa e alcune cose già le spieghiamo”.

Quindi si passa ad un gol dello Shalke nello stesso match. Collina qui addirittura introduce un aspetto ulteriore nell’interpretazione dicendo: “Qui il regolamento parla di chiara ostruzione: deve ostruire in maniera chiara. Ora, un giocatore che salta, in questa maniera, ad una distanza così ampia dal portiere si può sostenere che non ostruisca la visione. Magari un po’ la può ostruire ma non in maniera tale da condizionare la parata del portiere. e questo potrebbe essere sicuramente un gol da convalidare”. In altre parole il designatore europeo sembra addirittura restringere ulteriormente le casistiche dicendo che anche se il giocatore è sulla linea di tiro (ma non sulla linea di visione del portiere) può essere considerato in fuorigioco passivo.

Dopo di che Collina conferma a Bergomi che per la valutazione si deve guardare la linea di visione e non più il “cono”. Ovvero certifica ulteriormente che questa immagine riassume bene la valutazione da prendere.

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Quel passaggio si conclude con lo studio ammiccante che ammette per bocca di Dario Marcolin: “Noi stiamo guardando questo ma pensiamo tutti…” alludendo a Juventus-Roma.

A quel punto Collina – che per evidente fair play nei confronti del designatore italiano non vuol dire né bene né male dell’episodio del 5 ottobre 2014 – è in imbarazzo, prova a passare al caso di Roma-Manchester City (su cui certificherà che il mani di Manolas è da rigore) e si gira verso lo schermo volendo ad andare oltre.

Caressa si accorge dell’imbarazzo dell’ex arbitro e trae la sua conclusione del tutto arbitraria. “Intanto lui va avanti (riferito a Collina, ndr) ma insomma avete capito che più o meno la posizione è che se un giocatore è in quella posizione lì non può non essere in fuorigioco. Il senso comune è abbastanza evidente. Ma non vogliamo fare degli esempi italiani perché se no la gente a casa si arrabbia e capisce meno”.

Vogliamo limitarci a chiamarlo atteggiamento ipocrita?

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Probabilmente se gli avessero mostrato questa immagine, si sarebbero accorti che:

1. Skorupski vede il pallone
2. Il portiere è inclinato alla sua destra verso Vidal, ovvero è eventualmente ostacolato nella visione (che è comunque libera) dai difensori alla sua sinistra e non dallo juventino.
3. La dimostrazione che il portiere ha visto il pallone in ultima analisi sta nel tuffo tentato dal portiere, che vede palla e cerca di parare.

Si sarebbero inoltre accorti che eventualmente il giocatore incriminato è Vidal e non Tevez come da molti siti internet (come questo e questo) riportato, peraltro senza aver visto, come si evince dagli articoli stessi in cui si citano frasi non dette dall’arbitro.

Cosa altro si può dire davanti a certe scenette?


Roma-Bayern 1-7 e lo stato del calcio italiano – #championsleague #chl #europaleague #serieA @skyseriea

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Dopo la disfatta della Roma contro il Bayern si è riaperto sui social il dibattito sullo stato del calcio italiano. Non sono solo i tifosi ad aver ricominciato a lamentare un livello giudicato infimo, ma anche alcune testate che hanno voluto aprire sulle loro pagine dibattiti sul tema.

L’occasione è ghiotta per due riflessioni sulla partita e sul giudizio da dare.

LA PARTITA

Ho apprezzato le parole di Garcia che si è preso le colpe della sconfitta. Spesso gli allenatori lo fanno a prescindere spostando strumentalmente su di loro l’attenzione per alleggerire la squadra. Nel caso di Garcia invece credo fosse un atto doveroso, perché effettivamente il responsabile è lui.

Non c’è dubbio sul fatto che la Roma sia inferiore al Bayern. Lo si sapeva anche alla vigilia al netto dei proclami. Allo stesso modo il risultato non esprime secondo me il reale divario in assoluto tra le due squadre (secondo me inferiore).

La Roma ha perso 7-1 perché ha sbagliato completamente tattica ed al contempo ha avuto un approccio mentale alla gara totalmente sbagliato, fuori luogo. Le analogie con il 7-1 di Manchester sono molte e dicono di un ambiente da sempre soggetto a questi alti e bassi in quanto non abituato alla vittoria. Tattica e aspetto psicologico sono i due aspetti chiave dell’attività di un tecnico.

Giusto quindi dare le colpe a Garcia. Al netto di queste probabilmente la Roma sarebbe uscita battuta con proporzioni più simili – ad esempio – a quelle della Juventus nei quarti di Champions di due anni fa (2-0, 0-2) un 4-0 in 180′.

LO STATO DEL CALCIO ITALIANO

Si continua a commettere l’errore di giudicare il nostro movimento calcistico per le eccellenze che esprime e non per il livello medio.

E’ un dato di fatto che nell’ultimo quadriennio mondiale 2010-2014 le eccellenze nazionali non hanno avuto risultati all’altezza del massimo livello continentale.

A fronte delle due coppe campioni (Milan 2007, Inter 2010) vinte nel quadriennio precedente, il post-Sudafrica ci ha riservato solo sparute comparse (Inter nei quarti 2011, Milan nei quarti 2012, Juve nei quarti 2013).

Tuttavia le primissime del campionato non dicono di quale è il valore medio delle nostre squadre. Per farlo bisogna tenere nella giusta considerazione l’Europa League. Ed in questo senso è quella la competizine a cui guardare per dare una valutazione più seria e completa della competitività delle nostre squadre. E’ in questa competizione e non nella Champions che abbiamo perso il quarto posto nel ranking.

Ricordate cosa è successo alle tedesche nel quadriennio 2006-2010, ovvero quello del sorpasso all’Italia nel ranking? 2006: nessuna squadra nei quarti; 2007: Bayern eliminato nei quarti; 2008: Shalke04 eliminato nei quarti (Werder fuori nei gironi, Bayern – per la cronaca – battuto dallo Zenit in semifinale di Coppa Uefa); 2009: Bayern fuori nei quarti (unica qualificata dai gironi di Champions); 2010: Bayern battuto in finale dall’Inter.

Risultato: nel 2011 ci siamo svegliati con una squadra in meno in Champions. E 9 punti dai tedeschi nel ranking.

Cos’era successo? Che nel 2006 lo Shalke ha fatto i quarti di EL (nessuna italiana), nel 2007 il Werder era in semifinale e il Bayer Leverkusen nei quarti (nessuna italiana, nemmeno negli ottavi), nel 2008 Bayern in semifinale (come la Fiorentina) e Bayer Leverkusen nei quarti, nel 2009 Werder finalista e Amburgo semifinalista (Udinese fuori nei quarti, nessuna italiana agli ottavi), nel 2010 Amburgo semifinalista (Juve fuori agli ottavi, unica italiana agli ottavi).

Prendete la Spagna se preferite: si è sempre detto che la Liga esprimerebbe un movimento mediocre alle spalle delle prime. Eppure se si guarda all’Europa League si scopre che nel 2011 il Villareal è stato semifinalista, nel 2012 Atletico Madrid vincente con Bilbao in finale e Valencia in semifinale, nel 2014 Sivliglia vincitore con Valencia semifinalista. Sono ben 5 squadre di seconda fascia che arrivano alla fase decisiva in 4 anni. In questo lasso di tempo l’Italia ha fatto una semifinale (persa) con la Juventus.

Cosa ci manca?

Sarò banale ma è il nostro modo di giocare a calcio che risulta ormai anacronistico. Nell’approccio, prima ancora che nell’esecuzione.

Viviamo il campionato (che per la metà delle squadre è una tranquilla rincorsa senza patemi di retrocessione né velleità di scudetto) con pathos eccessivo, dividendoci tra squadre al top che vincono sempre contro avversari chiusi a fare le barricate nella loro area, e squadre di seconda e terza fascia abituate più a speculare sul risultato che a imporre una propria filosofia di gioco.

E così la nostra serie A finisce per non essere un banco di prova all’altezza per le prime della classe che recitano monologhi e vanno nel pallone quando devono interpretare partite contro avversarie che non ti concedono il 60% di possesso palla, mentre le altre sono talmente disabituate a fare gioco che quando si trovano a fronte di avversari abbordabili ne subiscono le (poche) buone attitudini.

Non mi stupisce ad esempio che a partire dal dominio Bayern (duopolio con il Dortmund nelle ultime quattro stagioni) siano peggiorate anche le prestazioni delle tedesche in Europa League, visto che nelle ultime 4 edizioni hanno conquistato la miseria di un quarto di finale con l’Hannover nel 2012!

In tutto questo non dimentichiamoci che quest’anno fortunatamente in Europa ci sono Napoli, Inter e Fiorentina che sono partite con i migliori auspici, e che anche il Torino sta ben figurando. Con l’augurio che tutte possano qualificarsi (l’obiettivo è ampiamente alla portata) al turno successivo e la speranza di poter rivedere almeno una delle nostre compagini in semifinale di EL.

Siamo in crisi?

Non lo siamo più di quanto non lo eravamo 12 anni fa, anche se ora il giornalismo miope non può più raccontare di acquisti faraonici e sperpero di denario, come accadeva fino ad alcuni anni fa. Non saremo rinati fino a che i risultati non torneranno. Ma non sarà una Champions a “fare primavera”, ma la capacità di risultati (anche intermedi, come piazzamenti e semifinali conquistate) di prestigio ma senza clamore. Fino ad allora dovremo solo riflettere sullo stato del nostro gioco, più che sui risultati. Quelli saranno consequenziali.


Nè Juve nè Napoli, nè Conte nè Benitez: lo scudetto del conto economico lo vince la Roma di Rudy Garcia

Nè Juve nè Napoli, nè Conte nè Benitez: lo scudetto del conto economico lo vince la Roma di Rudy Garcia. Non saranno molto contenti i due tecnici che ieri sera si sono dati battaglia al San Paolo a scoprire che i conti da loro forniti sono egualmente sbagliati e che se c’è uno che va lodato per l’ottimo rapporto qualità (punti fatti) prezzo della sua squadra, quello è il tecnico francese della Roma.

Curiosa la polemica nata stasera nel dopo Napoli-Juve tra Rafa Benitez e Antonio Conte. Curiosa perchè proprio in questi giorni mi ero dilettato ad utilizzare la classifica del monte ingaggi delle squadre di serie A e i dati sugli investimenti effettuati da ogni società sul mercato quest’anno per capire chi stava rendendo meglio o peggio rispetto ai costi sportivi sostenuti.

Andiamo con ordine.

Benitez afferma: “Trecento milioni di fatturato ti permettono di comprare i migliori calciatori del mondo”

Conte ribatte: “La formazione azzurra è stata costruita per vincere, De Laurentiis ha speso più di cento milioni di euro e per questo non può accontentarsi di partecipare. Il fatturato? È una cosa opinabile, sulla nostra squadra sono stati investiti appena 20 milioni di euro”.

Chi ha ragione? Proviamo a mettere qualche punto fermo.

Il fatturato della Juventus nell’ultima stagione secondo i dati della Deloitte Football Money League è stato di 272,4 milioni.

Quanto afferma Benitez è quindi falso. E lo è sul piano contabile, ma anche su quello formale. Bene fa in questo senso Conte a correggere il tiro parlando degli investimenti.

Ma qui l’allenatore della Juve non è sufficientemente preciso, e trascura a sua volta un aspetto importante, ovvero il monte ingaggi. Perchè una squadra di serie A non viene costruita interamente in un’estate, come succede al fantacalcio, ma ha dei valori consolidati nel tempo, anche se indubbiamente gli investimenti estivi contano.

Ci vengono in aiuto i dati del sito Transfermarkt.it e della Gazzetta dello Sport.

La Juventus paga ai suoi giocatori 116 milioni di euro. Risulta poi che tutti i movimenti di mercato di quest’estate (che potete trovare qui nel dettaglio squadra per squadra) abbiano fruttato alla Juve 5,985 milioni di euro. In altre parole la Juve (che per gli acquisti, a voler essere precisi, ha speso 31,860 mln e non 20 come dichiarato da Conte) tra l’estate scorsa e il mese di gennaio ha incassato più di quanto investito sul mercato.

Il Napoli, che ha un monte ingaggi totale di 74,1 milioni di euro, effettivamente (come detto da Conte) ha speso sul mercato 100,7 milioni di euro. Ma in gran parte si trattava dell’introito per la cessione di Cavani al Psg (64,5 milioni). Alla fine quindi l’investimento reale di De Laurentiis per rinforzare la squadra è stato di 29,1 milioni di euro, dati dal saldo tra i 100,7 milioni spesi e i 71,2 milioni spesi.

A conti fatti quindi si può dire che il costo sportivo della stagione Juventina è stato di circa 110 milioni di euro (ho aggiunto ai dati Gazzetta il milione speso per Osvaldo arrivato in gennaio) mentre il Napoli ha sborsato in tutto, tra mercato e monte ingaggi circa 103 milioni di euro. Insomma, la differenza di quello che io chiamo “costo sportivo” della stagione non è stata poi molta.

In questo senso, quindi, mi sento di dire che la polemica – innescata da Benitez nel prepartita – mi pare essere del tutto fuoriluogo. I 64 punti del Napoli fatti fin qui se riportati a media costante alle 38 partite finali del campionato sono costati ciascuno 1,32 milioni di euro. La Juventus di Conte (a cui è difficile chiedere più degli 81 punti in 31 partite che a media costante potrebbero proiettarla a 99-100 punti a fine stagione) è invece costata 1,1 milioni di euro a punto. I dati parlano chiaro.

Tuttavia, in questo ragionamento, chi può fare la voce grossa è soprattutto Rudy Garcia, tecnico della Roma. Pescando dalle stesse fonti vediamo infatti che la sua squadra, che ha un importante monte ingaggi pari a 92 milioni di euro l’anno (ed annovera peraltro il calciatore più pagato della A, Daniele De Rossi, che prende 6,5 milioni l’anno), in estate ha disinvestito. Il saldo tra soldi spesi e incassati dalla Roma è stato infatti positivo per 41 milioni di euro (decisivi i 60 incassati tra Marquinhos e Lamela e i 20 tra Bojan e Bradley). La Roma quindi ha finanziato il 44,5% della sua stagione grazie al mercato. A conti fatti ogni punto dei giallorossi costa a bilancio alla società 580 mila euro. Praticamente la metà di quel che costano a Juventus e Napoli.

Interessante – nell’elaborazione per tutta la serie A – notare il costo abnorme della stagione di Milan e Inter, ancor più fallimentare alla luce delle cifre spese dalle due società. Ma anche il fallimento del Sassuolo (1,72 mln a punto). Realtà a cui fanno da contraltare le virtuose: Udinese, Cagliari, Torino e Parma.

Per eventuali delucidazioni o contatti stampa se qualcuno volesse approfondire la tematica o visionare il foglio dati: giovanni.armanini@gmail.com


Kevin Strootman, l’uomo giusto per la Roma

traduzione da un articolo di James Horncastle per whoscored.com
@JamesHorncastle

Kevin Strootman stats

Strootman ha avuto la più alta media di tackle a partita di qualsiasi altro giocatore in Europa League. Un aspetto del suo gioco migliorato giocando con il suo ex compagno di squadra Mark van Bommel.
 
I due sono stati frequentemente confrontati e c’è qualche ragione in questo. Oltre alla capacità di van Bommel di rompere il gioco, Strootman possiede ha pure qualità da leader. Era il suo vice al PSV ed ha capitanato l’Olanda al Campionato Europeo Under 21 in Israele.
 
Ma qui finiscono le somiglianze. Poiché Strootman è ambivalente: sa costruire il gioco ma anche distruggerlo. Ha una media di 77,3 passaggi a partita in Europa League la scorsa stagione, la sesta più alta nel torneo e ha fatto quei passaggi con una precisione del 91,8%. Si alza su e giù per il campo molto di più di quanto non facesse van Bommel.
 
“Mi piace giocare da un lato verso l’altro”, ha detto Strootman a Il Corriere dello Sport. “Io faccio entrambe le fasi di gioco, attacco e difesa, senza una particolare preferenza.” Indicativo del suo stile “box-to-box” è la statistica che lo pone al quarto posto in Europa League nella scorsa stagione per tiri a partita.

g.a.


Ranking Uefa: entro due anni perderemo un altro posto in Champion’s – #calcio #italia

Se il buongiorno si vede dal mattino il calcio italiano si prepara all’ennesima stagione in cui verrà preso a schiaffi in Europa. Già due squadre su tre eliminate dall’Europa League, l’Udinese retrocessa, un bilancio assolutamente negativo e l’ennesimo dato preoccupante: secondo i dati del ranking Uefa le nostre squadre hanno riportato a livello Paese uno sconfortante 23esimo score (2,214 punti) a livello europeo.

Fare i nomi di certi paesi che hanno fatto meglio di noi potrebbe urtare la sensibilità di quelli che ragionano ancora come quando eravamo i più forti di tutti. Basti dire che dal quinto all’undicesimo posto TUTTI hanno fatto meglio di noi in termini di punteggio (si tratta di Francia, Portogallo, Russia, Ucraina, Olanda, Grecia e Turchia). Ed ora il livello degli avversari è destinato ad alzarsi (il nostro… il Napoli al posto di Roma e Udinese? …non lo so).

Solitamente i preliminari costituiscono (per le 15 nazioni più forti d’Europa) il 23% del bottino finale di punteggio nel ranking. Significa che se non ci sarà una svolta (che significa giocoforza vincere almeno una Coppa quest’anno e fare così incetta di bonus) entro due anni il rendimento attuale ci porterà dritti al declassamento al sesto posto, con il rischio che già a fine anno la Francia (che nei preliminari ha raccolto il terzo score tra le prime quindici d’Europa dietro a Inghilterra e Austria) ci possa sopravanzare.

Non credo che le categorie della vergogna facciano parte dello sport. Si gioca, ci si confronta, c’è chi vince e c’è chi perde. Tuttavia bisogna farlo con coscienza dei propri e degli altrui mezzi.

Nessuno sembra essersi accorto ad esempio che nello Slovan Bratislava di ieri sera c’erano in campo ieri sera 6 nazionali (contando anche il ’92 Pauschek che è nell’under). Non significa pensare di giocare contro i migliori al mondo, ma almeno rispettare un avversario che è pur sempre campione in carica nel suo paese. Ed invece prima della sfida d’andata si leggeva di esperimenti tattici, prove tecniche e vaccate del genere, che ormai in Europa abbiamo in testa solo noi e che significano solo zero cultura, niente rispetto dell’avversario, supponenza a fiumi e fallimenti assicurati.

Certo, Palermo, Roma e Udinese hanno perso per motivi diversi, ma il dato comune resta imbarazzante.

L’Udinese in 180′ non ne ha avuto uno solo in cui si è trovato in vantaggio e le situazioni di parità sono state rare: 8′ all’andata, 16′ al ritorno. Questa è inferiorità psicologica prima ancora che tecnica contro una squadra che vive il momento più difficile della sua storia recente. Il rigore sbagliato da Di Natale dà solo l’esatta dimensione di una squadra che arriva lì e si sente tremare le gambe.

Il Palermo, infine, è la barzelletta di sè stesso. Ha preso 3 gol in 180′ dal Thun. A prescindere dal fattore campo: cosa vuoi pretendere da una squadra che ogni ora che passa prende un gol e nonostante questo ha l’approccio mentale di chi si sente palesemente superiore all’avversario?

In pochi mesi la situazione è peggiorata, prima si iniziava a parlare di questi temi negli ottavi di Champion’s, ora partiamo già dai preliminari di Europa League.

Nella bassa bresciana il mitico Ciarli Varisco diceva ai suoi giocatori dilettanti prima delle partite: “Noi non sappiamo giocare, se ci rendiamo conto di questo possiamo rendere al 200%”. Lui lo faceva con un linguaggio un po’ colorito (parole testuali: “Notef fom cagà, gom de rindis cont che fom cagà, se sa rendem cont zughem be, altrimenti le ciapom”), ma la sostanza è quella: fin che l’Italia non ripartirà da questa convinzione smettendola di appellarsi a stronzate tipo: la sfortuna, il caldo agostano, le preparazioni pesanti o… barzelletta delle barzellette “il poco interesse per l’Europa League” continueremo a crogiolarci in una supposta superiorità ampiamente smentita dai fatti, beffata dal campo, superata dagli eventi.

Se poi a tutto questo unissimo anche un po’ di cultura e conoscenza che vada oltre la formazione titolare di Barcellona, Real e Manchester United (questo accomuna tutti: addetti ai lavori, giornalisti e tifosi) certo non guasterebbe nell’approccio con certi avversari.

Ovviamente partono i processi. Ma il dramma non è il fatto che partano processi mediatici o commenti fuori luogo tra i tifosi: il problema è che a fare i processi sono le società al loro interno!! Vedi il caos Roma, società fantoccio in mano a una banca e a un sedicente zio ricco e il Palermo e le minacce di addio di Zamparini. Fa eccezione l’Udinese che di fatto è stato declassato a quello che è il suo livello e quindi semplicemente fa spallucce a testa bassa e torna nel suo in silenzio.

E dico quest’ultima cosa con grande convinzione. E – come cerco di fare sempre – con la forza dei numeri. L’Udinese non è squadra da Champion’s ma da Europa League perchè il nostro campionato in questo momento sta esprimendo un valore medio inferiore rispetto all’attuale posizione nella classifica europea. Siamo quarti nel ranking, dopo Inghilterra, Spagna e Germania ma prima di Francia, Portogallo e Russia (che ha appena perso un posto in Champion’s a favore dei lusitani), ma quest’anno per l’ultimo anno abbiamo usufruito dei posti riservati ai terzi classificati: confermando che quella non è la nostra posizione.

Attenzione ora ai rischi: lo scorso anno abbiamo perso 3 squadre su 4 in Europa League nei gironi, quest’anno ci presentiamo con 2. In Champion’s intanto il rischio di non portare il Napoli agli ottavi è rilevante (e attenzione perchè la mancata qualificazione significa non poter aggiungere 5 punti al punteggio finale, mentre ai 4 del non raggiungimento della fase a gironi abbiamo già dovuto rinunciare lo scorso anno con la Samp), l’ipotesi di trovarci alle spalle della Francia nel mese di giugno, e di Francia e Portogallo nel giugno 2013 non è così remota.