Spiedo? A regola d’arte

Lo spiedo di Serle diventa De.Co: il più tipico, amato e discusso dei piatti tipici bresciani ha ora un suo disciplinare ufficiale sancito dalla delibera con la quale l’amministrazione comunale, retta dal sindaco Gianluigi Zanola, ha istituito la Denominazione Comunale a tutela di un monumento della brescianità gastronomica. Dieci i ristoranti serlesi nei quali si può degustare lo Spiedo De.Co.: un circuito cui ha aderito la stragrande maggioranza dei locali del paese, e che comprende la trattoria Castello, i ristoranti Valpiana, Il Buongustaio, Belmonte e La Betulla, l’osteria Antica Fornace e gli agriturismo Casinetto, Dell’Altopiano, L’Aquila Solitaria e Delle Valli.


Raunch girl, onori e oneri dell’indie porno

Il documentario presentato a Bergamo Film Festival venerdì scorso da Giangiacomo De Stefano e Lara Rongoni è un lavoro di profondità e sfumature.

Ho sempre considerato poetico tutto ciò che sa essere suggestivo ed allo stesso tempo estremamente personalizzabile. Capace di generare emozioni contrastanti e di lasciare all’occhio dello spettatore un numero infinito di interpretazioni possibili. In questo senso credo che questo documentario arrivi all’obiettivo. E di questo… delle mie percezioni, suggestioni e sensazioni, voglio scrivere.

Raunch girl è la vita di Clara Pizzaferri – 21 anni, attrice porno indipendente, per scelta – e si muove su un doppio piano. Scrivendo la sinossi gli autori dicono di analizzare: la ricerca di popolarità e la velocità con la quale questa si può raggiungere, la giovane età e molto spesso le mistificazioni che si creano…

Ci sarebbe una doppia difficoltà in un lavoro come questo: da una parte quella di sminuire la portata emotiva e l’invasione della sfera personale che la scelta di recitare scene porno determina in una persona, dall’altra quella di cadere nel moralismo. Gli autori qui prendono queste precauzioni e non cadono in un risultato neutro, ma mettono con nochalance la pulce di un loro giudizio, secco ma non invasivo, nell’orecchio (e nell’occhio) dello spettatore.

La parabola umana di Clara, un matrimonio a Las Vegas con il compagno che recita (senza troppa convinzione) sul palco con lei, si risolve in un nome d’arte (una identità altra) e in un matrimonio fallito (comunque lo si veda un esito sentimentale negativo). Un risultato assai deludente rispetto alla voglia iniziale di emersione, autodeterminazione e successo.

Questo l’epilogo, in cui entrano dettagli che potrebbero essere omessi (nickname e separazione, tra gli altri) ma stanno lì come informazioni utili non certo a “fare il titolo” (sensazionalistico e banalizzante) ma a dialogare con il “lettore-spettatore” della vicenda. Nello sviluppo tuttavia la storia non manca di far emergere un certo coraggio – pur non enfatizzato – da parte della protagonista, che sceglie la via del porno non già come vizio esibizionistico ma come forma radicale di espressione. Costruendoci su – tuttavia – (inevitabili?) “mistificazioni”.

Sembra muoversi, la vicenda di Clara, su un doppio piano. La propria ferrea volontà di successo, anche provando ad alzare (artificiosamente) il proprio livello gerarchico (da attrice a “imprenditrice” nel mondo del pay-porn indipendente del web) che si scontra con una società che se da una parte induce a mettersi a nudo in cambio di… (successo? notorietà? fama e gloria?) dall’altro prende le distanze dal re nudo (in senso letterale) pur ignorando in parte la propria ipocrisia di fondo. Il porno non è (non può? lo sarà mai?) essere pubblicamente e socialmente accettato, ma se esiste un germe alla sua radice questo si è già radicato nel nostro modo di socializzare le nostre vite.

E passa una riflessione, ad un certo punto, che merita di essere sottolineata, e che semplifico così. Oggi vi è una sostanziale gratuità dell’esibizionismo. Ti fai fare due foto le metti in rete e sei pubblicato. Una gratuità (che altro non è se non il più basso livello di mercificazione, perchè il gratis è il senza valore, è il 100% inflazionato) che, anche quando non si spinge al presunto eccesso dell’hardcore di pompini e penetrazioni, ma si ferma ad ammiccamenti e sensualità ostentata, è già potenzialmente-pornografica-in-sè, semplicemente perchè capace di svilire una sfera intima personale spogliata della sua inviolabilità prima che dei suoi abiti.

Sul terreno di gioco rimane un cadavere. Esiste una corsa all’esibizione che è indotta dalla mentalità dominante (e dai mezzi di comunicazione emergenti che la caratterizzano). Forse il porno indipendente è solo l’eccesso più efficace per descrivere l’iperbole di una deriva che togliendoci intimità rende più insicuri i nostri passi e meno certi i nostri esiti.

Ma resta il fatto – che necessita di grande e matura consapevolezza – che ogni nostro pensiero pubblicato e pubblicizzato, e quindi messo a nudo, è definitivamente messo in gioco.


17 marzo, Unità d’Italia, Inno di Mameli in minore (o come diceva Nino Cò: la va ‘n minur)

Suggestiva interpretazione: da guardare, riflettere e commentare
Quando la musica supera le parole

dal canale Youtube di Ennioxx


Famiglia e matrimonio (quelli che razzolano male)

Ricordo, in occasione del referendum sul divorzio del ’74, d’aver chiesto a bruciapelo, e senza alcun fair play, ad un esponente D.C., testimone del no al divorzio e del matrimonio “indissolubile”, perché volesse negare ai cittadini ciò che si sapeva aspettasse in grazia per se stesso. Già, “politically scorrect”, da parte mia! Ma non l’ho più visto in giro per l’intera campagna elettorale. In compenso, tempo dopo non mi è mancata l’occasione, con una certa qual mia faccia tosta, di congratularmi con lui per la sua nuova famiglia. E, pure con la nuova moglie, del fatto “provvidenziale” che il marito avesse perso il referendum.

Che vi devo dire, a me il politicamente scorretto Claudio Bragaglio, che quando ti coglie in fallo sembra voglia dirti “domani venga accompagnato dai genitori“, piace un casino.


L’unità d’Italia, una vicenda comunale

L’essere uniti non deve farci perdere la percezione di quale è la nostra forza di italiani. Una forza che pone le sue radici nell’essere stati divisi ed aver sognato il momento in cui avremmo avuto una sola bandiera. Non è quindi una contraddizione amare la nostra patria in quanto bresciani, con forti radici territoriali, radici anche e soprattutto comunali. Il nostro sentimento patriottico nasce prima di tutto dall’amore per la nostra città. Perchè siamo l’Italia dei Comuni e questo è il nostro peculiare elemento di forza, identità e libertà culturale.

da Wikipedia

Con Risorgimento la storiografia si riferisce al periodo della storia d’Italia durante il quale la nazione italiana conseguì la propria unità nazionale, riunendo in un solo nuovo Stato – il Regno d’Italia – i precedenti Stati preunitari.

Il termine, che designa anche il movimento culturale, politico e sociale che promosse l’unificazione, richiama l’ideale romantico e nazionalista di una resurrezione dell’Italia attraverso il raggiungimento di un’identità unitaria che si era iniziata a delineare durante la dominazione romana, la cui specificità «…valse a imprimere sull’Italia un tratto oggettivo di esperienza unitaria…»[1]. Tale processo si arrestò definitivamente nella seconda metà del VI secolo.

Sebbene non vi sia consenso unanime tra gli storici, la maggior parte di essi tende a stabilire l’inizio del Risorgimento, come movimento, subito dopo la fine del dominio Napoleonico e il Congresso di Vienna nel 1815, e il suo compimento fondamentale con l’annessione dello Stato Pontificio e lo spostamento della capitale a Roma nel febbraio 1871.

Tuttavia, gran parte della storiografia italiana ha esteso il compimento del processo di unità nazionale sino agli inizi del XX secolo, con l’annessione delle terre irredente, a seguito della prima guerra mondiale. Anche la Resistenza italiana (1943-1945) è stata talvolta ricollegata idealmente al Risorgimento.[2]

Sin dalla nascita del Regno d’Italia, sono state mosse critiche al processo di unificazione, le quali hanno dato origine ad una storiografia revisionista, di varia ispirazione culturale ed ideale, che contesta in diverso modo la rappresentazione offerta dalla storiografia più diffusa circa i processi politici e militari che condussero all’unità d’Italia, tanto da influenzare, in taluni casi, l’origine di movimenti autonomisti e separatisti, meridionali e settentrionali.[3]


Telecrazia e partecipazione

Ha assolutamente ragione l’assessore del Comune di Brescia Paola Vilardi (PDL) quando afferma di essere contraria in linea di principio alla trasmissione in diretta delle sedute del consiglio comunale (me lo sono appuntato: erano le 11.20). Vilardi elenca una serie di inconvenienti, tra cui quello di trovarsi a sottomettere i tempi televisivi a quelli del dibattito politico assembleare.

E’ successo lunedì, durante la seduta del Consiglio comunale di Brescia che ha fatto il punto politico sull’attuazione del programma della Giunta del sindaco Adriano Paroli, registrando alcune defezioni al momento del voto nella maggioranza. Ovvero: laddove nulla poterono le carte bollate (e quelle di credito) riuscirono invece le rampanti ambizioni personali e gli eccentrici personalismi.

Dice bene Vilardi, e potrebbe aggiungere altre considerazioni:

lo strumento televisivo è per sua natura invasivo, prende il sopravvento sui contenuti (oltre che sui tempi, come giustamente rilevato). Infatti il dibattito svoltosi lunedì a Brescia in consiglio è parso più una parata di comizietti politici di esponenti che credevano di poter avere il loro momento di notorietà, dicendo la loro a potenziali elettori attraverso la tv, piuttosto che un organico dibattito politico su presente e futuro della città. E questo è talmente vero che anche se del proprio intervento non si avrà nessun riscontro oggettivo (feedback, dati di audience, sentiment eccetera) l’occasione di 8 ipotetici minuti di gloria è talmente ghiotta da far passare ad un piano secondario il reale contributo apportato alla discussione, sacrificato sull’altare degli sms al gentile pubblico da casa.

la partecipazione della gente al pubblico dibattito è svilita e potenzialmente ridotta ad un tifo televisivo da stadio. Perchè sfido chiunque a trovare un cittadino bresciano che abbia seguito le 15 ore intere di diretta. Per gli stessi giornalisti presenti districarsi tra le decine di argomenti sollevati con accenni flash era praticamente impossibile. Il risultato è che ognuno si riconosce in ciò che conosce e capisce al volo, perchè lo strumento (la tv) è volatile ed inafferrabile e lascia solo spazio alle percezioni

Purtroppo le parole dell’assessore Vilardi sono rimaste isolate, ma se veramente quello che si ha a cuore è la partecipazione, un confronto franco ed aperto sulla necessità di una rinnovata comunicazione istituzionale verso il cittadino – anche attraverso la tv – rimane un nodo aperto ed irrisolto che merita un approfondimento.


Brescia, l’aspirante città universitaria che chiude i locali alle 22. (Dopo il carosello tutti a nanna)

Le ordinanze antighetto non piacciono proprio a nessuno. Ecco un passaggio del discorso del rappresentante degli studenti Andrea Curcio durante l’inaugurazione dell’anno accademico dell’altro giorno (nel video trovate questo passaggio al minuto 9′ 30″)

L’Università di Brescia ha le potenzialità per guidare un serio cambiamento, ma in questo cambiamento deve necessariamente essere accompagnato dalla città e dalla cittadinanza. Quindi, ben venga il progetto di un campus universitario nel centro storico, ma che questo non rimanga chiuso in se stesso. Che l’università si apra alla città e che la città si apra all’università. Per lo stesso motivo bisogna dare la possibilità agli studenti di poter vivere la propria città. E’ quindi controproducente far chiudere i locali di aggregazione della zona universitaria di San Faustino entro le dieci di sera, adducendo pretestuose motivazioni di ordine pubblico. Come studenti universitari chiediamo una città a misura di giovani.

In questi mesi si è detto che la capacità del vicesindaco Fabio Rolfi è quella di ascoltare le istanze della città. Beh, questo sms degli studenti universitari mi sembra abbastanza chiaro. Speriamo sia in ascolto.


Auguri Italia! Dalla Leonessa…



Su Youtube: “Gli struzzi“. Una produzione di Angelo Maffioletti e Daniele farina Fotografia di Arnaldo Abba Legnazzi Produzione di Francesca Perego Suono e Montaggio di Angelo Maffioletti e Daniele Farina


A Brescia è scoppiata la “guerra del putrido”

Nei giorni scorsi su Bresciaoggi con Thomas Bendinelli ho fatto una ricerca per verificare la situazione in città in seguito alla cosiddetta “ordinanza antighetto” (qui il PDF della pagina). Lo spunto mi era arrivato da un allarmistico pezzo di Bresciapoint.it dal titolo “Niente spuntini notturni a Brescia: il “putrido” chiude“. UN PEZZO CHE RIPORTA COSE NON VERE. La realtà, come spesso accade a Brescia, non è così drastica, ma forse anche peggiore.

L’ordinanza antighetto, per chi ancora non lo sapesse, impone in due zone della città la chiusura degli esercizi commerciali e artigianali con aree commerciali alle 22, la pena è una multa da 450 euro. Annunciata in agosto, è stata realizzata il 7 dicembre scorso, e divulgata ufficialmente il 13 dicembre in conferenza stampa).

Andando PERSONALMENTE a verificare le affermazioni fatte in quell’articolo ho potuto constatare che la situazione è assai diversa da quella descritta.

PRIMA COSA NON VERA
il titolo dice

il putrido chiude

e nel pezzo invece si legge

Praticamente è stato come obbligarli a chiudere, visto che buona parte delle vendite vengono effettuate tra la mezzanotte e le prime ore del mattino. Anzi, uno dei 3 negozi ha già chiuso

A parte lo stile da chiacchierata al bar (praticamente è stato come, anzi no hanno chiuso..): sono stato in via Vallecamonica (più precisamente Via Valsaviore, poi capirete il perchè) lunedì scorso (27 gennaio, tre giorni dopo l’articolo di Bresciapoint del 24 gennaio) e le tre fornerie dell’area erano ancora tutte aperte anche dopo le 22. Ho parlato personalmente con i tre proprietari. Per ora la reazione è stata passiva. Le due fornerie interessate dall’ordinanza si rifiutano di pagare le multe (tra un attimo capirete perchè 2 e non 3). Attendono la scadenza dell’ordinanza (30 giugno di quest’anno) per vedere come andrà a finire. Ma nessuno ha intenzione di chiudere. Tutt’altro. A me i proprietari sono anzi sembrati assai agguerriti.

SECONDA COSA NON VERA
si legge nel pezzo:

i 3 negozi sono stati costretti ad abbassare anche loro le serrande alle ore 22:00.

Innanzitutto NESSUN PUTRIDO ha MAI chiuso alle 22 in via Vallecamonica (questo lo dico anche perchè una notizia falsa letta dalla gente può indurre a non andare in un posto che invece è APERTO. Inoltre questa affermazione oltre a non essere vera denota anche una certa ignoranza dei fatti. E’ vero che in via Valcamonica – via Valsaviore sono presenti 3 fornerie, ma solo 2 sono comprese nell’ordinanza. Come è possibile? Riporto in corsivo la mia ricostruzione dei fatti (il pdf con l’articolo è alla fine di questo post): l’ordinanza del 7 dicembre scorso riporta nel titolo «misure relative ad attività economiche del complesso commerciale S11 di via Valsaviore – via Valcamonica», ma scorrendo il testo si legge che «il presente provvedimento si applica a tutela dell’area comunale all’interno del complesso commerciale S11 di via Valsaviore e ha validità sperimentale fino al 30 giugno 2011, con possibilità di proroga». Di fatto quindi è esclusa via Valcamonica (citata nel titolo ma non tra le disposizioni), e con essa una terza forneria (cut) in altre parole: le due attività del complesso «a U» che hanno numero civico in via Valsaviore devono obbligatoriamente chiudere alle 22, il loro dirimpettaio, al 29 di via Valcamonica no.

Aggiungo, a puro titolo informativo, che le due fornerie interessate sono di proprietà di pakistani, la terza (Frank) di un italiano. Casualità? Ognuno su questo fatto tragga le conclusioni che vuole. Come del resto fanno i diretti interessati nell’articolo pubblicato il 31 gennaio da Bresciaoggi.

Il problema quindi rimane. A Brescia da oltre un mese è attiva un’ordinanza che impone la chiusura dei negozi in due zone della città (il quartiere Carmine e il complesso commerciale di via Valsaviore) alle 22. Se per le attività diurne cambia poco, l’ordinanza diventa invece una sorta di condanna a morte per chi di fatto non fa un euro di fatturato prima delle 23 o di mezzanotte. Al Carmine si ha notizia di una sola multa data (ad un fruttivendolo!) in via Valsaviore i titolari delle due fornerie colpite parlano rispettivamente di 5 e 9 multe.

Curioso infine che in una recente lettera al Giornale di Brescia il vicesindaco Fabio Rolfi parli di:

una certa complicità con situazioni anche più gravi come lo spaccio di stupefacenti

una accusa grave ma poco circostanziata, che di fatto getta fango non tanto su kebabbari, pizzetari o fornai, ma su circa 40 commercianti delle due zone. Se poi invece questa frase è riferita nello specifico a via Valsaviore ed ai proprietari dei “putridi” viene da chiedersi perchè se c’è una relazione diretta tra il disordine e chi gestisce i locali, la proprietà di una delle due fornerie sia titolare anche di una attività identica, a Sant’Eufemia. Zona più ordinata e fuori dall’ordinanza, dove evidentemente i commercianti come per incanto diventano più buoni, come a natale. Ma evidentemente non era a loro che ci si riferiva.

Del caso si è occupato, con il suo solito stile canzonatorio anche il blog di sarcasmo politico Murodicani.

QUI potete scaricare il PDF della pagina di Bresciaoggi dedicata all’argomento


Brescia in bicicletta? Impossibile (due video a confronto: propaganda e realtà)

Ecco il video realizzato dal Comune per la settimana della mobilità. E’ online dal 20 settembre 2010 e presenta una Brescia talmente bella che anche le polveri sottili hanno cliccato su “mi piace”.

Ecco invece un video amatoriale realizzato da “Marcoalessisocialtv”: un giovane bresciano prova ad affrontare una pista ciclabile in città.

Insomma, a vedere la realtà, e parafrasando il video di propaganda “da bambini imparare ad andare in bicletta vuol dire diventare grandi” … SE HAI CULO e non ti tirano sotto prima!