Stadio a Brescia, il dibattito-manifesto della non-politica

Dietro alla questione del nuovo Stadio di Brescia – a cui il Consiglio comunale in Loggia ha dedicato un ampio dibattito – sta molto più di una scelta infrastrutturale. E non si tratta di una semplice decisione di merito.

L’argomento – per come affrontato in questi giorni – è un vero e proprio manifesto della non-politica che in maniera disorganizzata ed estemporanea pensa oggi a quello che si poteva fare ieri senza porsi il minimo interrogativo su cosa (e come) sia utile domani.

Poco importante sapere quale soluzione è caldeggiata dal centrodestra o dal centrosinistra. In proposito mi limito a sorridere pensando che fino a qualche anno fa l’attuale sindaco Adriano Paroli era per ristrutturare il Rigamonti, mentre la fu-maggioranza di centrosinistra guidata da Paolo Corsini progettava in grande lo Stadium global center a Castenedolo. Ma il destino dello stadio di Mompiano pare essere quello di fare lo stadio che piace all’opposizione, visto che oggi le parti si sono invertite: il centrodestra maggioritario pensa alla Cittadella dello Sport al parco delle cave, il centrosinistra (che non aveva fatto i conti con Lehmann Brothers) ha un ritorno di fiamma per il Rigamonti. Dal chiacchiericcio si è distinta Laura Castelletti, alla quale ho già dato il merito di una presa di posizione apparentemente impopolare (certamente im-populista), ma non troppo. Tempo fa anche il fu-candidato sindaco Francesco Onofri disse la sua (lui è per il Mompiano Bis, confermando l’appeal del vecchio stadio presso gli oppositori).

Ben più interessante capire invece cosa sta dietro l’apertura di questo dibattito in Loggia, ovvero l’imminente scadenza elettorale e l’improvviso ritorno alla vittoria del nostro Brescia. Due coincidenze che hanno fatto balzare in cima all’agenda politica la questione stadio, affermando un metodo che è il non-politico per eccellenza ovvero: estemporaneità, improvvisazione, emotività, laddove chi amministra dovrebbe essere lungimirante, organizzato ed estremamente razionale (termine quest’ultimo che significa ecologicamente ed economicamente avveduto). E’ il trionfo della politica da bar. Quella degli avventori che dicono la loro pescando dal libro dei sogni.

Il 2009, che come annunciato dalla maggioranza in Loggia a fine 2008 doveva essere l’anno dello sport, è passato senza la posa di una sola pietra. In città è tornato il basket tra l’entusiasmo del pubblico, ma continua a mancare un palazzetto adeguato. Nel frattempo la pallavolo è volata via e il Palageorge di Montichiari si è svuotato (ma ancora nessuno ha fatto 1+1 basket+Palageorge). La politica da bar ha come orizzonte unico quello del campanile, se ne frega della vastità di un territorio come quello della Provincia di Brescia, pensa ai voti da raccogliere domani mattina, può concepire l’interesse a portare il calcio a Castenedolo, non il basket a Montichiari. Vuole concentrare, e non si capisce perchè, tutto entro le mura della città in nome di un campanilismo deleterio.

Nella discussione si guarda bene di entrare la Provincia. Che dovrebbe eventualmente avere un ruolo. E per una volta il silenzio potrebbe anche essere d’oro.

Dietro alle parole non dette, tuttavia, mi piacerebbe ci fosse una logica diversa. Realmente liberale. Il principio è banale ma inevitabile: si fa sport professionistico se sussistono interessi, forza e ritorni economici per farlo. E questo significa che da qui in avanti lo sport professionistico a qualsiasi livello – che è e rimane il maggior veicolo pubblicitario del Paese – dovrà esser sostentuto in proprio, senza soldi pubblici, con sforzi commisurati al mercato che si è in grado di sviluppare.

Detto questo la politica ha il sacrosanto compito di fare da termometro delle pressioni sportive dei vari gruppi imprenditoriali eventualmente interessati, programmando con equilibrio la concessione di aree per le infrastrutture.

Il vero rischio, va detto, si chiama Euro 2016: ovvero la possibilità di attingere ai fondi straordinari che sarebbero a disposizione in caso di assegnazione all’Italia della manifestazione continentale (dopo il clamoroso niet dell’Uefa che per il 2012 ci ha preferito nientemeno che Polonia e Ucraina). Ma siamo nel Paese della politica che scende in campo, non certo in quello di una più utile e produttiva politica-arbitro. E quei fondi straordinari, che gli altri Paesi solitamente dirottano su progetti di ampio respiro (strade, infrastrutture ferroviarie ed aeroportuali) garantendosi così un futuro, da noi vengono scialacquati per gli stadi (chi ricorda Italia ’90?).

Sulla destinazione del denaro pubblico le priorità dovrebbero essere ovviamente altre. Nello specifico sportivo, eventualmente, la priorità va data alla promozione dello sport dei cittadini (i centri sportivi) più che quello professionistico degli eventi. In altre parole meglio un nuovo San Filippo che un nuovo Rigamonti.

Affrontare in ultima analisi il tema dello sport professionistico (che pure non va dribblato), significa (senza timore di smentite) entrare in un mondo in cui ancora regna il mecenatismo senza ritorni economici; in un ambiente che muove interessi di facciata ma non crea reali opportunità lavorative (se non per commesse edilizie temporanee); in un’attività che dà indubbiamente grossi ritorni indiretti agli investitori, ma che manca di un modello di business (ciò che in altre parole permette di mettere il segno più davanti al risultato di ricavi meno costi) tale da giustificare una spesa pubblica ingente. La stessa meritoria ed appassionata idea del tifo organizzato di promuovere una sorta di azionariato popolare è affascinante ma si scontra con la realtà di una difficoltà oggettiva a raggiungere un bacino d’utenza significativo (la proposta per altro non tiene conto del fatto che i modelli spagnoli non prescindono, comunque dalla figura di un mecenate investitore che raccoglie le quote sociali per la gestione ordinaria ma poi mette di tasca sua i milioni necessari per fare il mercato: in altre parole, il Real Madrid compra Cristiano Ronaldo perchè Perez è ricco, non perchè ha tanti soci).

Se così non fosse gli imprenditori bresciani accorrerebbero in massa a fare business attraverso il calcio. Il problema è che loro, i soldi, dovrebbero metterceli di tasca loro. Non come il sindaco.


Uno stadio fuffa

Tirate due righe, mettete un po’ di lucine, dategli un nome, organizzate una conferenza stampa ed avrete il nuovo stadio della Roma. Al momento non c’è altro.

Non si sa quanto costerà l’impianto
Non si sa chi lo finanzierà
Non si sa quando è previsto il break even
Unicredit (49% di Italpetroli che controlla la società e 350 milioni di crediti nei confronti della famiglia Sensi) non ha visto il progetto finanziario. Ma Rosella ha fatto sapere che, bontà sua, non ha problemi a presentarlo in banca.

La perla: nel prossimo Cda della Roma non c’è traccia di discussione in merito. E questa, paradossalmente, è la notizia positiva. Significa che non si parlerà di progetti fuffa ma di come recuperare il -15% dei ricavi nel primo semestre (160.9 mln), ed il rosso da 1,3 mln accumulato (nel 2008 utile di 19,5 mln).
Quando avevo 5 anni e giocavo ai soldatini in camera mia facevo progetti finanziari più realistici.

Sarà un caso che ieri, nel gran giorno della presentazione, la Roma ha perso lo 0.65% in Borsa?